Auguri Ultrà Lodigiani

Nella VITA come volete ESSERE?

Arrendevoli o combattivi?

Mansueti o sfrontati?

Esitanti o convinti?

Incoerenti o coerenti?

Prevedibili o pazzi?

Chini o incorruttibili?

Ambigui o autentici?

Inscatolati o ribelli?

Virtuali o reali?

Comodi o infaticabili?

Abitudinari o avventurieri?

Piatti o curiosi?

Ammutinati o anticonformisti?

Diplomatici o diretti?

Vecchi o giovani?

Noi abbiamo scelto di ESSERE ULTRA’ LODIGIANI

18.05.1996 – 18.05.2017 La VITA NON CI SPEZZA.

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Aridateme ‘a Lodig(g)iani

Non rivoglio indietro i miei anni spensierati della giovinezza , perché va contro il senso della vita e sarebbe, per certi versi, un po’ patetico. Non rivoglio indietro gli anni della scuola o le prime esperienze fatte fuori da casa. Non rivoglio indietro nemmeno 90°minuto con Paolo Valenti o la prima Gialappa’s di Mai dire Gol, perché la televisione l’ho sempre guardata poco. Non rivoglio indietro oggetti e persone che stanno bene nell’album dei ricordi perché li hai vissute e respirati fino in fondo. Non rivoglio indietro neanche le vecchie amicizie sulle gradinate perché, come tante cose della vita, hanno spesso generato delusioni e fegato amaro.

Eppure, qualcosa indietro dal tempo e dalla vita, la rivoglio. La pretendo, anche se a questo mondo “pretendere” vuol dire riempire l’aria di un’aspettativa inutile e logorante. E non voglio che questo qualcosa mi arrivi indietro in formato regalo dai miei anni passati, perché loro se ne sono andati con le pagine strappate dai calendari, con qualche capello in meno e qualche ruga in più.

Ma, al mondo, finché viviamo, è giusto quanto umano rivolere qualcosa indietro, ingiustamente strappato non dal flusso eterno del tempo, ma da scelte sbagliate in buona fede o da decisioni infami fatte in cattiva fede e con fini spregevoli.

Quindi.

Rivoglio indietro il mio tamburo, che mi faceva incazzare perché la pelle a volte si rompeva e poi andarla a ricomprare in giro per Roma era un’impresa, e il fondo cassa del gruppo piangeva lacrime amare. Se è per quello, mi faceva ancora più incazzare chi sbatteva la mazza del tamburo addosso alla pelle come se stesse sfogandosi con tutta la rabbia dopo una settimana frustrante. O forse stava facendo proprio quello.

Rivoglio indietro le mie bandiere, logore e sfilacciate perché cucite male e artigianalmente o perché noi pretendevamo dovessero resistere al tempo, fisico e meteorologico. Rivoglio quei buchi immensi in mezzo alla stoffa perché lo sventolio si sovrapponeva troppo e spesso alle scintille delle torce. Rivoglio quelle aste immense dove a volte, per goliardia, mettevamo in cima una bandierina piccola piccola.

Rivoglio indietro le mie torce, accese per caricare la mia squadra a inizio partita o anche “a buffo” in qualsiasi momento di gioco, magari per ricaricare il gruppo in un momento di stanca. Le rivoglio perché, se usate nel modo giusto, non fanno male neanche a un bambino; anzi, il bambino le guarda ad occhi aperti, e quegli occhi sognano di accenderne una quando sarà più grande. Le rivoglio perché, ieri come oggi, nella loro etichetta c’è scritto “Articolo di libera vendita”, e se la vendita è libera, dev’essere libero anche l’uso.

Rivoglio indietro il mio striscione. Non perché me l’abbiano fregato in maniera infame o perché andato perso nei vari passaggi di mano: lo rivoglio perché giace inutilizzato in una cantina o in un box auto, dove a volte non ci si ricorda neanche di averlo messo. Lui grida vendetta come tutti gli oggetti inutilizzati e che basterebbe riesporli una volta sola per ricaricarli interamente del loro fascino.

Rivoglio i gruppi ospiti di fronte a me, composti da tanti ultras ma anche da tanti tifosi normali, uniti nel nome di un’identità che può chiamarsi città, regione, quartiere o semplicemente ideale. Rivoglio i “Buuuuhhhh merde” quando entrano allo stadio anche se non c’è apparente rivalità, o le diatribe a ufo da una curva all’altra, dove ci si combatte con l’arma della sana dialettica da stadio, mista a ignoranza e genuinità. Rivoglio la curiosità di vedere quali saranno gli striscioni spiegati dagli avversari di fronte ai miei occhi, sapere che cori faranno e se insceneranno una coreografia. Li rivoglio perché senza di loro è come giocare a calcio in undici contro zero. E così non c’è gusto.

Rivoglio i carabinieri stupidi, che quando vedono lo striscione con Lupo Alberto sopra ti chiedono se è roba politica, o il poliziotto che preferisce comprendere prima di reprimere. Di gente così ne ho vista tanta, cattiva nell’apparenza, a volte, ma comunque onesta. Tutori dell’ordine ingenui, a volte maneschi ma che, prima di tutto, diceva sempre, a sé o agli altri, “in fondo sono ragazzi”.

Rivoglio lo strappabiglietti al posto dello steward di oggi che, quando vuole, ti fa entrare di nascosto dai dirigenti o che, quando vede un bambino lo fa passare sotto di sé facendo finta di niente. E rivorrei quei bei biglietti personalizzati dal club e stampati dalla tipografia, e non da una macchinetta del superenalotto. Rivoglio il secondo tempo gratis e il poter uscire dallo stadio in qualsiasi momento per rientrare quando mi pare.

Rivoglio il mio stadio perché, oggi come oggi, è avvolto dall’inedia e dal menefreghismo dell’uomo e della sua città, inutilizzato perché in una metropoli come Roma non puoi più permetterti minimamente di avvicinarti alla Roma o alla Lazio neanche col binocolo e, se lo fai, finisci per giocare ad Aprilia oppure a Rieti. Rivoglio il mio Flaminio perché era bello sentirsi grandi in poche unità dentro a uno stadio immenso. Lo rivoglio perché entravamo in campo a fine partita per giocare noi a pallone, paraculando e sbeffeggiando il custode che voleva mandarci via, salvo unirsi a noi, qualche volta, in una improbabile tedesca.

Rivoglio, infine, la Lodigiani. Perché io mi sono rotto il cazzo. Perché la gente si è rotta il cazzo. Perché non dico tutte le domeniche – e come potrei, ora come ora – ma almeno quella volta al mese, se non due, vorrei scaricare il peso di una settimana pesante, divertirmi, sentirmi una cosa sola col mio gruppo. Perché la Lodigiani ha bisogno di Roma come Roma ha bisogno della Lodigiani. Perché in tanti abbandonano il calcio delle grandi, dove il club vuole renderti un cliente passivo offrendoti un calcio sulla chiappa destra e due sulla sinistra rubandoti, al contempo, portafoglio, spensieratezza e divertimento. E a volte anche identità. Perché il calcio vero non è fatto di squadre nate da mille fusioni, di Lupe di ogni tipo o di Academy come se piovessero, una più anonima dell’altra. Perché Roma sa cos’è la Lodigiani e gli regalerebbe ancora il proprio figlio per insegnargli a giocare a calcio. Perché la storia non è un qualcosa che si cancella con uno spot pubblicitario o con un sito internet, ma vive di fatti concreti che, nella loro dimensione, hanno cambiato il corso delle cose in meglio. Perché, prima delle Canteras o delle Academy c’erano i vivai, e primo dei vivai era il “Modello Lodigiani”. Perché, è vero, non si può pretendere che le cose tornino indietro assieme ai nostri giochi di bambini; ma è altrettanto vero che nulla vieta al sole di risorgere e alla fenice di rinascere dalle ceneri. Perché non finisce così un amore così.

Aridateme ‘a Lodig(g)iani.


19 anni fa, io non dimentico…auguri Ultrà Lodigiani!

C’eravamo, sicuro. Ci siamo ancora? Chissà. Di sicuro siamo vivi e vegeti.

Cosa siamo diventati, nel frattempo? Tante cose ma, prima di tutto, i ragazzi di ieri sono diventati uomini oggi con la Lodigiani nel cuore.

Ieri ci guidava una passione fatta di incoscienza, oggi siamo coscienti della nostra passione.

Tanto è passato, ma ci piace ancora guardare al futuro. In fondo restiamo degli ottimisti.

Morti gli ultras, assieme al vecchio calcio che conoscevamo, forse sarà proprio la Lodigiani a poterci salvare. Una romantica idea nella merda del calcio moderno.

Auguri, Ultrà Lodigiani, per ciò che si è cominciato 19 anni fa e, speriamo, per quel che ancora sarà.

ULTRA’ LODIGIANI FOREVER


Il sito Ultrà Lodigiani non è tornato, c’è sempre stato

Negli ultimi tempi avrete sicuramente notato che il nostro sito non si apriva più all’indirizzo stabilito, e che le pagine linkate dal blog non davano nessun risultato. In realtà, anche se, a causa dell’assenza perpetua della prima squadra, non stiamo più facendo parlare di noi, abbiamo sempre avuto intenzione di non lasciar morire questo sito web, fosse anche solo per una memoria storica che non va cancellata. Il vero problema è stato un “disguido” (chiamiamolo così) con l’hosting provider che, per un cavillo burocratico (nel vero senso della parola), ha oscurato il nostro sito. Ora che è tutto risolto potete gustarvi la navigazione di un bel pezzo di storia del movimento ultras italiano. Senza presunzione.


Quell’incredibile ebrezza di lanciarsi nel vuoto

lodnola3La prima volta non si scorda mai, si dice, ed è vero. E per me è indissolubile il ricordo della mia prima apparizione al Flaminio in quell’ormai lontano inverno del 1994, durante la magica stagione che ci avrebbe lanciato verso i play-off per la Serie B. Ma la mia presenza allo stadio fu il frutto di un’operazione durata mesi. Già da inizio campionato, infatti, avevo cominciato a seguire più approfonditamente le gesta dei biancorossi sul Corriere dello Sport, per poi aspettare disperatamente il servizio su “C siamo”, in onda su Rai Tre. Era il mio primo approccio diretto verso la Lodigiani, dopo annate di semplice simpatia avallate dalla mia costanza nel seguirne i risultati anno dopo anno. Ma in quella stagione 1993/94 fu diverso. I quasi 15 anni, la maggior indipendenza rispetto alla mia famiglia e, soprattutto, la fame di calcio e di ultras (già ero lettore di Supertifo) mi spinsero, lentamente ma inesorabilmente, verso quella prima esperienza reale di tifoso prima e di ultrà poi. O meglio, diciamo simultaneamente.

Del tifo della Lodigiani, in realtà, sapevo poco o nulla. I servizi televisivi non mostravano mai la nostra tribuna, e le foto su Supertifo erano una chimera. Morale della favola, mi recai allo stadio senza sapere quasi nulla su chi o cosa avrei trovato. Nella mia follia adolescenziale, avevo persino messo in preventivo di essere il solo a voler tifare attivamente la Lodigiani, magari in mezzo al pacato e tranquillo pubblico della tribuna. Che i tifosi non erano tantissimi lo sapevo, ma questo non mi scoraggiava. Anzi, mi affascinava e mi spingeva. Perché, laddove non c’è niente, si può costruire. Con pala e piccone se sei da solo, con ruspe e bulldozer se hai la fortuna di avere tante persone coi giusti mezzi e le giuste idee. Così andai.

Ricordo la preoccupazione dei miei genitori, il mio vantarmi coi compagni di classe, la corsa col Co.tral. dopo la scuola (la Lodigiani giocava, come sempre, di Sabato) e l’entusiasmo di una sfida che affrontavo in maniera completamente solitaria. Non mi fregava di niente e nessuno, volevo andare e, in ogni caso, non sarebbe stata una volta isolata, già me lo sentivo dentro. L’ingresso al Flaminio, il biglietto omaggio (fino a 14 anni non si pagava, e poi in tanti bluffavano almeno fino ai 16), l’ingresso dagli scaloni. E poi il cuore che batteva forte. Perché là in basso c’erano dei ragazzi con degli striscioni, delle bandiere e tanti tamburi. Una gioia incontenibile. Non conoscevo nessuno, ma mi buttai là in mezzo. Ci misi meno di niente a fare amicizie. Su tutti ricordo, all’istante, Danilo e Federico. E, come mi ero promesso, quella volta non fu isolata, bensì l’inizio di una lunga avventura che ancora oggi non reputo finita.

Perché ho voluto raccontare non tanto la cronistoria di quella mia prima volta, ma i miei pensieri e le mie emozioni, prima di diventare anch’io uno dei pochi eletti nel mondo del tifo della Lodigiani? Perché questa stagione, stando alle premesse, non sarà quella della nostra ripartenza, ma quella che la preparerà. La storia la sappiamo: il titolo di Serie D della Borghesiana che, tra un anno, se non ci saranno grandi ostacoli, diventerà quello della Lodigiani. E, se ciò avverrà, sarà la trasmutazione di battaglie cocenti e di delusioni laceranti in una vittoria senza precedenti, una rivalsa contro la malasorte ed una serie disgraziata di eventi. L’occasione è troppo ghiotta, e io, come pochi altri reduci, ci stiamo preparando. Personalmente, anche se tutti non la pensano come me, attualmente, di ricominciare in 2, in 5, in 10 o in 20 non me ne frega niente. Se ripartiremo, quando ripartiremo, io sarò là, a constatare coi miei occhi che non è un sogno. Però, oltre a ciò, mi dispiacerebbe se, a parte il nostro indiscutibile successo nel vedere quel calcio d’inizio, venisse a mancare, tra noi tutti e non solo, il senso storico di quello che avverrà. Ed è per questo che spero che, quando sarà il momento, non saremo soli. Mi piacerebbe non solo ritrovare tanta gente al mio fianco che ha la Lodigiani nel cuore, con passione immutata nonostante l’età ed i tanti problemi derivanti, ma soprattutto rivedere, in qualche faccia nuova, la stessa voglia di buttarmi a capofitto nel vuoto che ebbi io 20 anni fa. Vedere qualcuno che si avvicinerà a noi senza imbarazzi e senza vergogna, lanciandosi in una nuova avventura, nel nome di quella che, tutto sommato, resta una favola all’interno del sempre più squallido ed ovattato calcio moderno. Sarebbe fantastico vedere che, nel 2015 (perché di 2015 si tratterà, semmai), ci sono ancora ragazzi in grado di abbandonare le loro comodità casalinghe e virtuali per vivere un’esperienza vera. Forse ignota come, per riprendere il mio paragone ossessivo, un lancio nel vuoto. Ma la vertigine iniziale può diventare l’inizio di un volo verso orizzonti che l’uomo comune di oggi non riesce neanche più ad immaginare. Parafrasando un celebre verso di una canzone, “La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare”. E gli Ultrà Lodigiani sono sempre stati una fantastica scuola di aviazione.


Gli anni

…stessa storia, stesso posto, stesso bar. Chissà se gli 883, che fecero da colonna sonora a molte delle nostre adolescenze, avrebbero mai pensato di dare lo spunto ad un articolo sugli Ultrà Lodigiani. Ma credo non ci sia migliore accostamento musicale in tal caso. Gli anni passano, e nessuno ce li porta indietro. Sacrosanta verità su cui nessuno può obiettare. Tuttavia ci sono modi e modi di affrontare la propria esistenza, e modi e modi di sentirsi addosso la propria età. Lo stadio, il tifo e la curva, sono da sempre un antidoto alla vecchiaia, e non mi sorprenderebbe se qualche sociologo lo avesse già scritto in uno dei suoi manuali universitari.

Eppure, a pensarci, sembra incredibile che siano passati già 11 anni. Undici anni di esistenza sono minimo un ottavo della vita di un uomo. Sono due lustri più un anno ed anche il tempo medio che uno studente di Medicina impiega per diventare dottore. Io se mi guardo indietro, percorrendo questo salto a ritroso e chiudendo gli occhi, sento ancora l’odore di quelle prime volte al Flaminio. Rivedo le facce, risento i discorsi e mi spunta automatico un sorriso, probabilmente inglobato da un pizzico di malinconia, classico del ricordo di un qualcosa che difficilmente potrà tornare. Era un’amichevole estiva al Flaminio (Lodigiani-Roma), quando conobbi per la prima volta gli Ultrà Lodigiani. Ero un sedicenne, come tanti all’epoca, appassionato di tifo ma non ancora inquadrato, anche se vedere quel gruppo scalcinato e diverso da ciò che ero abituato a vedere nelle due curve della Capitale non mi rimase affatto indifferente. Nella stupidità adolescenziale che ti porta ad invadere il campo per mero esibizionismo (negli anni avrei poi imparato che tale atteggiamento, pur se parte integrante del movimento, va accuratamente evitato e stigmatizzato in determinate situazioni) mi ero così avvicinato al settore dove campeggiava quello striscione biancorosso sovrastato da un tamburo. Di getto, senza neanche pensarci, iniziai a parlare con dei ragazzi seduti in balaustra per fargli i complimenti. Il loro tifo mi era piaciuto. Originale, spassoso e colorato. Uno di loro, Giorgio, mi disse: “Vieni con noi sabato, giochiamo contro il Gela”. Forse neanche ci scambiammo i numeri. Internet praticamente non esisteva, ne’ tantomeno tutti i suoi surrogati che oggi vanno per la grande. C’erano gli appuntamenti e basta. E’ persino strano parlare così di un lasso di tempo non certo millenario, ma siamo nella società dove questo genere di trasformazioni sono all’ordine del giorno. Sta di fatto che quello fu solo il primo dei tanti appuntamenti del sabato in Via Flaminia. C’era di tutto il quel mondo. Il matto, il preciso, lo zozzone cronico, il ladro, il casual. Forse a dieci chilometri dallo stadio ci saremmo persino schifati e, al caso, messi le mano addosso. Una maniera talmente ecumenica di vivere lo stadio che ti entrava subito dentro. Non ci misi molto a trovarmi a mio agio, prendendo parte anche alle prime trasferte ed incrementando in maniera irreversibile la mia passione per tutto ciò che riguardava il movimento ultras. Poi venne la Cisco, ci fu l’esperienza in Prima Categoria, i fatti di Carpineto e tutte quelle pagine nere che purtroppo conosciamo per averle vissute in prima persona, ma di cui oggi non ho assolutamente voglia di parlare.

Quando si arriva a 18 anni, ci si sente generalmente forti, pieni di se e finalmente liberi di poter fare ciò che si vuole. Triste cartina al tornasole di una verità mai più falsa, dato che dalla maggiorità in poi si comincia veramente a fare i conti con la vita, e soprattutto in un paese come il nostro, il saldo rischia di essere straziante e negativo. Essere maggiorenni per un gruppo ultras non è mai un qualcosa scontato, ci sono gruppi che hanno fatto la storia e che pure si sono sciolti prima. Certo, è vero, noi non abbiamo più una squadra da tempo. Ma abbiamo noi stessi, o almeno ciò che rimane. Quello spirito che, in fondo, anche chi si è allontanato per le più disparate ragioni mantiene dentro di sé. Perché Ultrà Lodigiani è stato, ed è tutt’oggi un qualcosa di indelebile ed unico nel suo genere. Sono le mille serate passate in giro per Roma, nel cuore di una città che pian piano si trasformava sempre meno a nostra immagine e somiglianza. Sono gli striscioni fatti nei luoghi più desolati, bui e sporchi della città, le trasferte, le cazzate, i treni presi sempre e solo senza biglietto, i gemellaggi impossibili, il gergo tutto nostro, le risate ed anche i momenti più bui. Ma tutto vissuto insieme. Perché la prima cosa che ho appreso quando ho messo piede su quei gradoni umidi e colmi di fascino, è che lo stadio, il gruppo ed il tifo, sono un qualcosa di aggregante. Un qualcosa che deve andare sempre oltre. E se così non è tanto vale andare a spendere il proprio tempo da qualche altra parte. Perché se la curva diventa una ragione di vita, una battaglia quasi militaresca, viene quasi completamente svuotata del suo significato. Il tuo compagno di curva deve essere parte integrante di te stesso, dentro e fuori dallo stadio. Unità d’intenti, amicizia e passione. Per me gli UL ’96 hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi tanto. A volte forse pure troppo nel modo di vivere ed affrontare il mondo attuale delle curve. Un credo da cui non posso prescindere. E poi penso per chi, come Stefano, quel pezzo di stoffa ha rappresentato forse più di metà della vita. Ripenso a quelle serate passate a parlare al telefono, per ore, con Nikola, Taxi e poi con Stefano stesso. Le cazzate tirate fuori dal cilindro di personaggi fiabeschi ed improbabili come lo Spastico, il Tarantino e Borgognoni. Le stranezze mai banali del Roscio ma anche le sue idee geniali e spesso risolutorie. Le decine di tifoserie conosciute in giro per l’Italia, nelle stazioni e negli autogrill. Ma anche gli incontri e le sole chiacchiere con i tanti ragazzi che ho visto passare e con gli ultimi che hanno effettivamente seguito attivamente un qualcosa di assimilabile alla Lodigiani Calcio. Perché si può mentire agli altri ma non a noi stessi, il rimorso rimane quello di aver vissuto solo una parte di questa storia. Ma la gioventù sarà per sempre intrisa di biancorosso. Di quei bandieroni che alle prime armi sventolavo con così tanta passione da farmi venire i calli sulle mani, oppure da quell’agitazione che ebbi quando per la prima volta mi fu affidato lo striscione da trasferta. Lo ricordo come fosse oggi, quel pezzo di stoffa con la sigla del gruppo, prima lo appesi addirittura in stanza, poi quando mia madre cominciò a dar segni d’insofferenza lo riposi in uno zaino, ma non potevo far a meno di controllare se ci fosse, dandogli un’occhiata di tanto in tanto. Ecco, forse è questa poesia, questa pazzia e questa sorta di rincorsa ai feticci che manca ai ragazzi di oggi. Questo voler sognare di fronte ad una curva che canta, un tamburo che batte ed un pezzo di stoffa che sventola. Gli manca la poesia. Gli mancano i sentimenti. Gli manca persino la curiosità. E’ triste a dirsi, perché non ho 50 anni, ma 27. Eppure il distacco generazionale si sente in maniera lampante. Troppo presi, i ragazzi di oggi, a fotografarsi con i cellulari e a far video alla loro curva che tenta di cantare. Non si rendono conto che sono loro lo spettacolo, sono loro a dover mantenere alto il nome della città e della propria tifoseria. E’ diventato tutto di plastica. Nascessi oggi con gli ideali di dieci anni fa, mi farebbe schifo il movimento ultras ed il calcio in generale. E chissà comunque, cosa sarei diventato senza aver incontrato sulla mia strada i ragazzi del Flaminio. Difficile da dirsi, difficile anche immaginare di poter imboccare un bivio differente.

Probabilmente i nostri vessilli, le nostre bandiere ed i nostri drappi non avvertiranno più di tanto il peso dell’età su di loro. Forse si sentiranno giovincelli finalmente emancipati. Ma a noi, che il fato ce li ha tolti dalle mani per riporli nelle nostre case, a noi che il mondo ultras e la Lodigiani ci sono sfuggiti dalle mani, chi ce la restituisce quella gioventù spensierata, gagliarda e spavalda? Quelle serate che facevi le cinque del mattino ed andavi a dormire con l’adrenalina a mille perché avevi vissuto. Eri stato un protagonista e non un triste comprimario mischiato in una società che spesso disprezzi e non tolleri. Gli Ultrà Lodigiani sono stati l’epicentro della vita per molti di noi. Anche se oggi qualcuno lo nega o se ne tira fuori in maniera defilata. Tra due anni saranno venti. Due decenni. Cinque lustri. Noi siamo sempre in attesa che qualcosa si smuova, perché è inutile negarlo, la speranza è l’ultima a morire e se si ama un qualcosa, che sia una donna, un’ideale o una squadra di calcio, si fa comunque di tutto per riportarla vicino a sé. Nessuno può dire con certezza se lo rivivremo mai. Se un giorno ritorneremo insieme sugli spalti a cantare i nostri bellissimi cori. Ciò di cui sono certo però, è che la mia militanza ultras può svolgersi solamente con questo gruppo, a cui ho giurato fedeltà eterna, forse inconsciamente, in quel Lodigiani-Gela di tanti anni fa, ed a cui oggi faccio gli auguri con tutto il cuore ed i sentimenti possibili. E gli auguri vanno anche a tutti noi che abbiamo contribuito a far si che UL ’96 non fosse solo una sigla, ma un qualcosa di animato e vivo contribuendo alla sua sopravvivenza. Gli auguri vanno persino a chi ha girato le spalle al gruppo ed a chi se ne è dimenticato. Sono certo che nella propria mente e nella propria anima, ha ancora un po’ di spazio per quei sabati al Flaminio.

Non so se attraverso queste righe sono riuscito ad esprimere bene i miei sentimenti ed il mio pensiero. Ci sono delle cose, così limpide e semplici dentro di noi, che è difficile riportare su un foglio Word. Ho pensato diverse settimane prima di scrivere un articolo sul gruppo. Perché nulla nasce per caso. Ho riflettuto su cosa potesse uscire fuori parlandone in questo periodo della mia vita. Un po’ come il vino, più si cresce e più lo si apprezza. Orgoglioso di essere cresciuto con persone che hanno sempre ragionato facendo dell’essere ultras un credo pulito, sano e genuino. Mai sporcato da interessi, compromessi ed atteggiamenti fuori dalle nostre regole.

…gli anni del tranquillo siam qui noi, siamo qui noi!

Orgogliosamente Ultrà Lodigiani 1996!

Simone


18 Maggio 1996 – 18 Maggio 2014…Ultrà Lodigiani oltre tutto

Gli Ultrà Lodigiani diventano…maggiorenni, e festeggiano i loro 18 anni dalla fondazione.

Nonostante la lunga inattività, e la trasformazione in un’altra sigla per far fronte all’assenza di una prima squadra e curare “istituzionalmente”  il nome e la storia della società Lodigiani, il gruppo si dichiara, in attesa di futuri eventi, ancora attivo, nella speranza che la sorte torni, almeno per un po’, ad essere più benevola con noi.

Un augurio, quindi,a chi porta ancora la sigla Ultrà Lodigiani nel cuore, e crede, in manera forte, che prima o poi il vento torni a girare dalla nostra parte.

In attesa di nuove, e buone notizie (alcune, speriamo, imminenti)…

AUGURI ULTRA’ LODIGIANI!