La Lodigiani è nata nel 1972 a Roma.

Ha avuto prima quasi 20 anni di storia nel quartiere di San Basilio e poi altrettanti alla Borghesiana.

Ha avuto come campi casalinghi il Francesca Gianni, il Flaminio, il Tre Fontane.

Allo stadio abbiamo sempre cantato "solo noi di Roma", "noi siamo Romani e cantiamo sempre forza Lodigiani", "se voi venite nella capitale portate onore all'urbe immortale, noi ci immedesimiamo nel pasquino, amiamo sta città, tifiamo Lodigiani, io resterò sempre capitolino", per non parlare della "società dei magnaccioni" e di "fiori trasteverini".

Su una delle ultime sciarpe del gruppo un intero lato portava la dicitura "Lodigiani Rome Football Club".

Portavamo in giro lo stendardo "Lodigiani Roma"

Sull'intestazione del sito da anni campeggia la scritta "Sostenitori dell'AS Lodigiani Roma 1972".

Quando Mecozzi parlò, nel 2001, di portare la Lodigiani a Genzano per motivi di puro interesse portammo a lungo (e contestammo) lo striscione "Natali a Roma, spoglie a Genzano, che brutta fine che facciamo".

Abbiamo a lungo messo volantini per Roma col colosseo e altri simboli romani.

Anche in uno degli ultimi episodi dei Cesaroni uno dei protagonisti dice "La Lodigiani, la Lodigiani è la terza squadra di Roma".

La fanzine "Voce in Capitolo" numero 11 vede la copertina dedicata a Roma e alle sue bellezze, coi versetti del Belli da accompagnamento.

Tanti ragazzi, negli anni, hanno portato striscioni e stendardi con la dicitura SPQR.

Troppe altre cose avrei potuto scrivere, ma non ve ne è di bisogno. Poi nella vita ci possono essere interessi superiori, economici, politici, di ritorno di immagine, ma queste cose non ci appartengono. Ciò che ci appartiene è una identità che non abbiamo di certo inventato noi ma che ci appartiene per nascita o per vocazione. Nel mondo, in tutti i secoli si è lottato contro le identità (nazionali, religiose, culturali, linguistiche, etniche) perchè sono solo loro, talvolta, ad impedire di affermare la legge del più forte. La Lodigiani è parte della mia identità, e non la potrò mai snaturare.

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Gugliotta: un caso emblematico


Un ragazzo pestato brutalmente per errore. Un fatto salito agli onori della cronaca solo perché il ragazzo picchiato non era un ultrà

Ufficialmente non sono mai colpevoli. Pensano di appartenere ad un mondo elitario, da una parte loro e dall’altra lo schifo. Loro possono tutto, e ogni azione è sempre giustificata. Loro sono infallibili e hanno sempre la protezione dell’opinione pubblica, perché se loro ti hanno fatto qualcosa è perché qualcosa tu lo hai fatto. Se sono costretti ad usare la forza bruta è solo perché vengono provocati. Credono di far parte di una razza pura e da difendere, e quindi si coprono a vicenda. Possono anche ammazzare in alcuni casi estremi, ma un “aiutino”dall’alto arriva sempre. Però ogni tanto qualcosa si rompe. E il caso Gugliotta rappresenta uno spiraglio che può aprire la porta, anzi, spalancarla, sugli abusi che troppo spesso le forze dell’ordine commettono in maniera gratuita ed arbitraria.

Di casi di cronaca come quello di Gugliotta se ne sente parlare spesso, e purtroppo talvolta  si arriva anche a dei finali tragici. Possiamo citare i casi di Aldrovandi, Cucchi, Bianzino, Rasman, troppi ce ne sarebbero, per non parlare di quanto è successo a Gabriele Sandri. Ogni volta che poliziotti, carabinieri o guardie carcerarie ne commettono una ecco che arriva subito una versione correttiva di quanto si afferma da Questure, Prefetture, e talvolta anche dal Ministero dell’Interno. Poi ogni tanto le forze dell’ordine ne fanno qualcuna troppo grossa, e allora in quei casi là si cerca di dare un contentino a chi chiede giustizia, accontentando nel vero senso della parola sempre e solo chi indossa la divisa…un esempio su tutti il caso della scuola Diaz al G8 di Genova, divenuta un’autentica macelleria, e dove a pagare, con pene irrisorie, sono stati solo alcuni pesci piccoli, mentre gli alti papaveri messi sotto processo sono stati magicamente assolti. A Spaccarotella è stata data una condanna ridicola nonostante tutte le testimonianze concordassero sulla piena responsabilità dell’’agente Polstrada, e pure là via con versioni fantasiose (proiettili rimbalzati, deviati ecc.). Condannati (tutti in primo grado chiaramente) anche gli assassini di Aldrovandi, sempre pene ridicole, quasi nulla se considerata la gravità dei reati. Altri chiedono giustizia, chissà se, come e quando.

In ambito ultrà i pestaggi gratuiti ci sono sempre stati, in alcuni casi ho visto con i miei occhi gente attaccata senza che c’entrasse nulla con l’accaduto. Gli ultrà sono un nemico a tutti gli effetti, come i drogati, i clandestini e i terroristi, e come tali vengono trattati. Gli agenti di solito seguono direttive impartite dall’alto, ma spesso e volentieri ci mettono del loro. Quante volte abbiamo sentito parlare di cariche immotivate, di pestaggi a sangue, di insulti pesanti solo per provocare e via dicendo? Ma mentre per gli scontri provocati dagli ultras la ribalta è mediatica e unanime, quando sono le forze dell’ordine a delinquere allora non se ne parla mai, o se appare qualche riga sui fatti di cronaca il solito benpensante di turno li giustifica sempre. A cercare giustizia sono solo gli ultras, le persone normali solo se ci sono capitate di mezzo (e che in altri casi sarebbero contro gli ultras a prescindere), e a volte le società di calcio se c’è un rapporto di dialogo e di fiducia con i tifosi, e solo se chiaramente i fatti contestati dagli ultrà sono troppo evidenti. Altrimenti il nulla, lo zero totale. Certo, in anni passati le tifoserie organizzate hanno sbagliato a prendere troppo di mira le forze dell’ordine, ma l’atteggiamento che queste ultime hanno avuto in questi ultimi anni ha contribuito solo ad alzare la tensione creando un muro contro muro. C’è da dire che tranne i rari casi di canescioltismo tra gli uomini in divisa, certi atteggiamenti fanno parte di una strategia definita dall’alto dai soliti padreterni intoccabili che fanno fare il lavoro sporco alla bassa manovalanza, facendogli rischiare non pochi guai, ma con la garanzia che ne usciranno se non puliti almeno con una piccola macchia incolore.

La situazione generale la conosciamo tutti, ed è inutile tornarvici. Ma il caso Gugliotta deve far pensare e non poco. I fatti: nel dopo partita di Roma – Inter finale di Coppa Italia si registrano, nella zona del Ponte Duca d’Aosta, dei tafferugli tra ultrà e forze dell’ordine. Forse a causa di un inseguimento, forse per qualche oscura ragione, la scena si sposta dalle parti di viale Pinturicchio (zona non esattamente dietro l’Olimpico, anzi, decisamente più vicina allo stadio Flaminio). Nel parapiglia generale un giovane esce di casa con un amico per andare ad una festa, viene fermato, il ragazzo non c’entra niente e prova a spiegarlo, poi gli animi si accendono e i poliziotti cominciano una vera aggressione che termina in un pestaggio, e il povero ragazzo finisce in galera per resistenza a pubblico ufficiale (con 3 giorni di isolamento), un dente spezzato e diverse fratture, alcune piuttosto serie. Tra gli altri arrestati vi è un ragazzo che dichiara di essere stato investito, e di certo lo schiacciamento di una vertebra non se l’è fatto da solo. Aggredito dai poliziotti anche un giornalista e chiunque è (mal)capitato sotto il tiro degli agenti in quei minuti di follia. Nel male, la fortuna ha voluto che quanto successo fosse ripreso per finire direttamente in televisione. Scoppiato il caos quindi si comincia a fare luce sulla vicenda. Si scopre che Stefano Gugliotta non è veramente un ultrà (lo aveva detto da subito ma è stato creduto solo dopo che è scoppiato il finimondo), che è malridotto sul serio, e, fiore all’occhiello, dichiara (e io gli credo) che arrivato in carcere volevano fargli firmare un foglio con la spunta di una voce in cui dichiarava di non volere visite mediche supplementari. Per fortuna ha avuto le palle di farsene dare uno non compilato. Intanto tre duri giorni di galera dura se li è fatti. Stavolta le forze dell’ordine non sanno come difendersi, promettono solo degli approfondimenti, e altrettanto le forze politiche. Anzi, stavolta abbiamo assistito ad uno spettacolo indegno, ovvero una processione di politici di opposizione che sono andati a trovare in carcere il ragazzo e, tanto per fare par condicio, anche gli altri ragazzi arrestati, strumentalizzando e non poco, l’accaduto. Una vetrina gratuita per farsi pubblicità, da vomito.

Le considerazioni finali di questa assurda vicenda si possono trarre facilmente. Mi chiedo innanzi tutto se il ragazzo pistato, nonostante le riprese e le testimonianze, fosse stato un ultrà se ci sarebbe stata la stessa attenzione mediatica…voglio ricordare in passato che degli agenti hanno mandato in coma dei ragazzi andati allo stadio e non se ne è parlato assolutamente (Paolo di Brescia e Alessandro della Roma). Mi chiedo se ci saranno delle condanne, ma so che eventualmente solo di condanne simboliche si tratterà, che scenderanno di grado in grado di giudizio, lasciando gli agenti al lavoro. Mi chiedo (ma forse è più una domanda retorica) se quando il caso si sgonfierà i signori politici e i dirigenti della polizia continueranno ad occuparsi seriamente della vicenda.

Queste storie mi amareggiano molto. Posso solo augurare a Stefano Gugliotta un pronto rientro a casa. Rifletto sul fatto che solo perché si porta un fumogeno di libera vendita allo stadio senza nessuna intenzione bellicosa e per fare colore si possono rischiare 3 anni di carcere e poi gli assassini di Aldrovrandi sono stati condannati a 3 anni e 6 mesi (in primo grado e quindi sicura riduzione della pena quando la condanna sarà definitiva, se ci sarà). Rifletto su quanto si ri
schia non solo andando allo stadio, ma anche incontrando le persone sbagliate in divisa per un semplice controllo. Dipende sempre come capiti e con chi capiti… mi ricordo di quell’agente a Carpineto che dentro una volante mentre ci portavano via diceva a voce alta che l’unica soluzione è pistarci come si deve…e se capiti in carcere o in caserma con uno così magari spalleggiato da altri colleghi? Meglio non pensarci finché ci si riesce.