Quell’incredibile ebrezza di lanciarsi nel vuoto

lodnola3La prima volta non si scorda mai, si dice, ed è vero. E per me è indissolubile il ricordo della mia prima apparizione al Flaminio in quell’ormai lontano inverno del 1994, durante la magica stagione che ci avrebbe lanciato verso i play-off per la Serie B. Ma la mia presenza allo stadio fu il frutto di un’operazione durata mesi. Già da inizio campionato, infatti, avevo cominciato a seguire più approfonditamente le gesta dei biancorossi sul Corriere dello Sport, per poi aspettare disperatamente il servizio su “C siamo”, in onda su Rai Tre. Era il mio primo approccio diretto verso la Lodigiani, dopo annate di semplice simpatia avallate dalla mia costanza nel seguirne i risultati anno dopo anno. Ma in quella stagione 1993/94 fu diverso. I quasi 15 anni, la maggior indipendenza rispetto alla mia famiglia e, soprattutto, la fame di calcio e di ultras (già ero lettore di Supertifo) mi spinsero, lentamente ma inesorabilmente, verso quella prima esperienza reale di tifoso prima e di ultrà poi. O meglio, diciamo simultaneamente.

Del tifo della Lodigiani, in realtà, sapevo poco o nulla. I servizi televisivi non mostravano mai la nostra tribuna, e le foto su Supertifo erano una chimera. Morale della favola, mi recai allo stadio senza sapere quasi nulla su chi o cosa avrei trovato. Nella mia follia adolescenziale, avevo persino messo in preventivo di essere il solo a voler tifare attivamente la Lodigiani, magari in mezzo al pacato e tranquillo pubblico della tribuna. Che i tifosi non erano tantissimi lo sapevo, ma questo non mi scoraggiava. Anzi, mi affascinava e mi spingeva. Perché, laddove non c’è niente, si può costruire. Con pala e piccone se sei da solo, con ruspe e bulldozer se hai la fortuna di avere tante persone coi giusti mezzi e le giuste idee. Così andai.

Ricordo la preoccupazione dei miei genitori, il mio vantarmi coi compagni di classe, la corsa col Co.tral. dopo la scuola (la Lodigiani giocava, come sempre, di Sabato) e l’entusiasmo di una sfida che affrontavo in maniera completamente solitaria. Non mi fregava di niente e nessuno, volevo andare e, in ogni caso, non sarebbe stata una volta isolata, già me lo sentivo dentro. L’ingresso al Flaminio, il biglietto omaggio (fino a 14 anni non si pagava, e poi in tanti bluffavano almeno fino ai 16), l’ingresso dagli scaloni. E poi il cuore che batteva forte. Perché là in basso c’erano dei ragazzi con degli striscioni, delle bandiere e tanti tamburi. Una gioia incontenibile. Non conoscevo nessuno, ma mi buttai là in mezzo. Ci misi meno di niente a fare amicizie. Su tutti ricordo, all’istante, Danilo e Federico. E, come mi ero promesso, quella volta non fu isolata, bensì l’inizio di una lunga avventura che ancora oggi non reputo finita.

Perché ho voluto raccontare non tanto la cronistoria di quella mia prima volta, ma i miei pensieri e le mie emozioni, prima di diventare anch’io uno dei pochi eletti nel mondo del tifo della Lodigiani? Perché questa stagione, stando alle premesse, non sarà quella della nostra ripartenza, ma quella che la preparerà. La storia la sappiamo: il titolo di Serie D della Borghesiana che, tra un anno, se non ci saranno grandi ostacoli, diventerà quello della Lodigiani. E, se ciò avverrà, sarà la trasmutazione di battaglie cocenti e di delusioni laceranti in una vittoria senza precedenti, una rivalsa contro la malasorte ed una serie disgraziata di eventi. L’occasione è troppo ghiotta, e io, come pochi altri reduci, ci stiamo preparando. Personalmente, anche se tutti non la pensano come me, attualmente, di ricominciare in 2, in 5, in 10 o in 20 non me ne frega niente. Se ripartiremo, quando ripartiremo, io sarò là, a constatare coi miei occhi che non è un sogno. Però, oltre a ciò, mi dispiacerebbe se, a parte il nostro indiscutibile successo nel vedere quel calcio d’inizio, venisse a mancare, tra noi tutti e non solo, il senso storico di quello che avverrà. Ed è per questo che spero che, quando sarà il momento, non saremo soli. Mi piacerebbe non solo ritrovare tanta gente al mio fianco che ha la Lodigiani nel cuore, con passione immutata nonostante l’età ed i tanti problemi derivanti, ma soprattutto rivedere, in qualche faccia nuova, la stessa voglia di buttarmi a capofitto nel vuoto che ebbi io 20 anni fa. Vedere qualcuno che si avvicinerà a noi senza imbarazzi e senza vergogna, lanciandosi in una nuova avventura, nel nome di quella che, tutto sommato, resta una favola all’interno del sempre più squallido ed ovattato calcio moderno. Sarebbe fantastico vedere che, nel 2015 (perché di 2015 si tratterà, semmai), ci sono ancora ragazzi in grado di abbandonare le loro comodità casalinghe e virtuali per vivere un’esperienza vera. Forse ignota come, per riprendere il mio paragone ossessivo, un lancio nel vuoto. Ma la vertigine iniziale può diventare l’inizio di un volo verso orizzonti che l’uomo comune di oggi non riesce neanche più ad immaginare. Parafrasando un celebre verso di una canzone, “La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare”. E gli Ultrà Lodigiani sono sempre stati una fantastica scuola di aviazione.

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