Francesco Chicarella, un ricordo


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Parlare di Francesco in questo momento non è facile. Si rischia di ripetere cose dette e scritte 100 volte, e cadere in una retorica fin troppo facile quando qualcuno di noi viene a mancare. Eppure Francesco è stato una figura troppo importante per me, e un ultimo ricordo, su questo blog, è il giusto e minimo tributo che gli si possa offrire.

Non mi ricordo quanti anni aveva esattamente Francesco, ma ricordo che, quando fondò il gruppo Official Fans della Lodigiani con me, Ladispoli e altri ragazzi, nel’96, aveva 33 anni, quindi il conto è facile.

Francesco nasce quindi negli anni’60 al Quadraro, quartiere dove trascorre l’intera giovinezza. Un quartiere da sempre giallorosso il suo, e per lui, laziale verace, sono tempi duri: spesso, com’era d’uso a quei tempi, non erano poche le scazzottate fra le varie fazioni, e Francesco, con altri ragazzi laziali, ottiene il rispetto dei suoi dirimpettai giallorossi, tanto da arrivare a conoscere più o meno tutti gli storici Fedayn del Quadraro. Il viaggio nella vita di Francesco non è segnato solo dalla passione per la Lazio, ma anche da quella per l’intero movimento ultras italiano. Negli anni ’80, anni d’oro del movimento, è in prima fila con gli Eagles Supporters, di cui ne condivide con entusiasmo principi e modo di tifare. Non sono tempi d’oro per il tifo laziale, soprattutto in trasferta negli anni della B, in pochi in campi che dire caldi è un eufemismo come Taranto e Catanzaro, Pescara, San Benedetto e Rimini. Lui è sempre presente. Nel frattempo si appassiona anche al basket, che a Roma sta vivendo i suoi anni d’oro, e con dei suoi coetanei fonda i Desperados della Virtus Roma. Persino il servizio militare, svolto a Como, è un’occasione sia per seguire la Lazio al Nord sia per apparire in più di un’occasione tra le prime linee degli ultras locali, la mitica Fossa Lariana. La sua vita diventa tutta Lazio e ultras, di cui Francesco è un ottimo conoscitore. Ma a quei tempi in tanti sono come lui.

Negli anni’90 cominciano dei cambiamenti rivoluzionari nelle curve: nel ’92 gli Eagles cedono definitivamente il passo agli Irriducibili della Lazio, che Francesco rispetta ma non ne condivide l’orientamento e il modo di fare tifo. Trasloca con altri ragazzi in curva sud e fonda il Nucleo. E’sempre in quegli anni, se non sbaglio, che avviene il suo trasferimento a Colle Salario, dove diviene un punto di riferimento, nel corso degli anni, per i giovani del posto, che lui cerca di tirare fuori dalla strada portandoli in curva e fondando una squadra giovanile di pallone che porta il nome della frazione stessa. Nel basket intanto il momentaneo scioglimento dei Warriors lascia spazio alla Brigata, che Francesco ed altri ragazzi fondano dalle ceneri di più vecchi gruppi tra i quali i Desperados di Francesco. All’inizio è un successo, e proprio là ho conosciuto Francesco.

 

Nel’95 seguivo già da un anno buono la Lodigiani, ma la passione per gli Ultras in generale e per il basket mi portarono dritto al palazzetto, e più precisamente in mezzo al settore della Brigata. Un ambiente allegro, vivace, con veri appassionati di ultras, dove mi trovai subito a mio agio. A differenza di ciò che succede oggi, là era veramente facile fare nuove amicizie. Due erano le figure che mi affascinavano su tutte: il tamburista, Mauro, che non sbagliava un accordo neanche se gli sventolavano la bandiera sulla base del tamburo, e Francesco: Francesco mi affascinò subito, perché non era un corista, ma IL corista: sentirlo al megafono era un vero spettacolo, non solo per il fatto che lanciava i cori, ma perché sapeva introdurre ogni canto con la giusta frase, con la giusta enfasi, con la giusta intonazione: si chiama carisma, e lo hanno solo i grandi. Pensai, lo confesso da subito, che sarebbe stato stupendo avere uno così nella Lodigiani. Tutto potevo pensare tranne che io stesso, ragazzino di 16/7 anni, lo avrei trascinato nell’ennesimo vortice ultras della sua vita. Nelle fila del basket, poiché la Brigata usava i colori biancorossi, mi era facile portare la sciarpa della Lodigiani: ma mentre oggi una cosa del genere passerebbe inosservata, là, anche se una sciarpa aveva gli stessi colori ma era diversa, tutti ti chiedevano di cosa si trattava. Quando Francesco mi chiese di cosa fosse la sciarpa e glielo dissi, mi chiese subito di vederla (altra pratica comune a quei tempi), e da quel momento, ad ogni partita del basket, mi chiedeva il risultato della Lodigiani. Da lì a proporgli di venire a vedersi le nostre partite fu un attimo: lo potevo far entrare gratis e gli dissi di venire qualche volta al Flaminio, e in un Lodigiani – Lecce datato 25 Maggio 1996 venne con un gruppo di amici a vedere la partita. Non fu entusiasmato dal nostro tifo, ma mi disse che si vedeva che c’era tanta buona volontà.

Tutto potevo immaginare tranne che alla prima partita del campionato dopo me lo sarei trovato nuovamente in curva, in un Lodigiani – Fermana dove perdemmo in campo ma sugli spalti facemmo la nostra grassa figura, anche per un ottimo incremento dei nostri ultras, allora divisi tra i gruppi Kaos, Ultras e Boys, nonché Lodi Club Tufello. Francesco assistette seduto vicino a noi, ma proprio in quella partita successe ciò che avrebbe irrimediabilmente, e secondo me inevitabilmente, portato Francesco ad essere uno di noi: io e altri ragazzi ci tirammo da parte dal tifo per l’eccessivo uso di cori politici da parte dei ragazzi presenti. Francesco vide lo scontento mio e dei ragazzi, mi tirò a sé tra primo e secondo tempo e mi disse: “guarda, se hai un pò di ragazzi interessati, vuoi fare il tifo solo per la tua squadra, senza politica, e vi volete divertire, io sono con voi: fondiamo un nostro gruppo e andiamo avanti per la nostra strada”. Rimasi shoccato sul momento, anche perché non riuscivo a capire dove Francesco poteva trovare il tempo per seguire anche noi, considerati i già numerosi impegni che aveva. Eppure la voce fu fatta spargere in un attimo, e fuori dallo stadio una decina di ragazzi erano con lui a decidere le linee guida del gruppo che sarebbe sorto di lì ad una settimana appena. Si optò all’unanimità per il nome Official Fans, ma era solo Francesco a parlare: “ si tiferà con i mezzi tradizionali del tifo – il tamburo purtroppo a quei tempi non ci veniva fatto entrare causa repressione – bisogna fare una fanzine ad offerta per autofinanziarci, creare bandiere e stendardi, e soprattutto, se si fa il gruppo qualcuno deve sempre andare in trasferta”…questa immediata organizzazione fu recepita da tutti e cominciammo a lavorare con febbrile entusiasmo per l’esordio dell’11 Settembre 1996, in casa contro l’Ancona: oltre a noi della partita prima, Francesco portò una ventina di ragazzi da Colle Salario, tutti fomentatissimi. Entrammo allo stadio tra lo stupore di tutti, ci posizionammo in un settore a parte, su una balconata, e cominciammo a tifare per conto nostro con Francesco che lanciava i cori, prima azzittendo e poi coinvolgendo gli altri gruppi. A fine primo tempo gli altri ragazzi vennero a parlare con noi per tifare tutti insieme, e Francesco, sicuro di sé acconsentì: la nostra esperienza in balconata durò un tempo solo; nel secondo eravamo già al centro della curva assieme agli altri gruppi, con Francesco nelle sue nuove vesti di corista della Lodigiani: non ci si crede, era il’96 e l’esperienza di Francesco con noi era tutt’altro che un fuoco di paglia, è durata fino al suo incidente, e chissà ancora quanto sarebbe continuata, anche perché Francesco non mollava mai qualunque cosa facesse.

Chiaramente non era facile coinvolgere appieno Francesco, anche perché gli altri impegni che aveva preso, l’immancabile Lazio e la squadra di calcio dei suoi ragazzi in primis, ma non solo, chiamavano. Eppure Francesco aggiunse, oltre alla sua presenza fissa in casa, diverse trasferte al seguito dei biancorossi: la prima fu Avezzano, che ricorderò sempre come uno di quei momenti di apoteosi e di maturità del tifo biancorosso. Ma come non ricordarlo anche a Ischia, Torre del Greco, Battipaglia, Sora, Terni, Avellino, Arezzo, Viterbo, Frosinone, e scusatemi se ne scordo qualcuna. Andare in trasferta con Francesco era sinonimo di risate, come quelle che ci siamo fatti a Terni quando eravamo già nel settore ospiti e ci chiamò da dietro la curva Nord della Ternana (incredibile, da lì col casino che c’era, riusciva a farsi sentire, facendo affacciare tutti i tifosi ternani presenti in curva) perché era arrivato in ritardo e non sapeva come accedere al settore, anche se poi in quella trasferta subì una vigliaccata da parte dei Ternani stessi, che gli presero a calci la macchina; o la trasferta di Battipaglia, dove nel secondo tempo conducemmo la squadra alla vittoria con un tifo che solo un trascinatore come lui poteva creare.

Ma Francesco era anche uno che non si tirava indietro, ed è stato protagonista anche di alcune situazioni turbolente: fu l’unico ad andare contro i Trapanesi che ci stavano umiliando davanti alle guardie nel’96; quando una volta gli Anconetani ci caricarono e rimanemmo in 3 di fronte a loro, Francesco ebbe la prontezza di riflessi di chiudere il cancello per evitare una loro invasione, andò poi dritto dal loro capo e gli disse “se vuoi ce la vediamo uno contro uno”, con l’Anconetano che rifiutò cortesemente; o anche a Frosinone quando di noi Official Fans rimanemmo solo io e lui a litigare contro gli Ultras mentre il resto del gruppo si cacava in mano. Ma il più delle volte Francesco sceglieva il sorriso, lo scherzo e il parlarsi, soprattutto se si era gente della stessa tifoseria. Eravamo i suoi ragazzi, e quante volte prese le nostre parti contro le guardie che ci reprimevano al Flaminio, senza scordare quella volta che perdemmo lo striscione ad Acireale in 2: quando tornammo dalla trasferta mica avevamo paura dello scioglimento del gruppo o di dirlo agli altri, ma avevamo una paura fottuta di dirlo a Francesco, a lui che l’onore era tutto; eppure lui, quando seppe come erano andate le cose ci difese, ci disse di non mollare, stampò e fotocopiò di sua mano, nella partita in casa successiva, un volantino in cui voleva mettere a conoscenza tutto il pubblico del Flaminio dell’atto di infamia subito. Oppure ricordo l’orgoglio che ebbe quando portammo in Francia il nostro striscione ai mondiali, lo chiamavamo regolarmente da Oltralpe per raccontargli tutto. Quanti bei ricordi, quanto potrei ancora aggiungere.

Ammetto che a volte mi faceva rosicare quando il suo ego laziale veniva prepotentemente fuori, due casi su tutti, anzi tre: il primo in un play out contro la Turris in cui fece mettere un finto striscione Irriducibili della Lazio portato da gente di Rieti (che nulla aveva a che vedere coi veri Irriducibili) assoldata dalla dirigenza (mi chiedo ancora oggi a che pro); secondo episodio in casa con la Ternana, in cui al megafono disse ai Ternani cose un pò fuori dal contesto biancorosso (anche se gli si poteva perdonare dato quello che aveva subito all’andata); terzo episodio quando in un Lodigiani – Crotone uscì dallo stadio alla mezzora del secondo tempo assieme ad altri ragazzi per cercare di fregare lo striscione Fighters Roma della Juventus, presenti al fianco dei loro amici calabresi (striscione che per poco non finì sul serio nelle mani di Francesco, solo la prontezza di riflessi dell’autista della vettura salvò lo striscione bianconero).

Francesco, oltre ad essere apolitico allo stadio (mai sentito da lui un coro politico lanciato dentro gli spalti), aveva, come detto, un alto senso dell’onore: quando ci fu il primo Lodigiani – Acireale dopo il famoso furto infame dello striscione, si presentò alla partita l’anno dopo a Roma un solo acese, con sciarpa e una piccolissima pezza: all’uscita fu accerchiato da 30 di noi e solo Francesco evitò il pestaggio del malcapitato: Francesco gli lasciò la sciarpa addosso e non gli prese lo stendardo, ma disse all’ultras granata “voi ci avete fatto un’infamata, perché avete tolto a 2 ragazzi venuti tranquilli uno striscione, rubandolo dal campo e senza neanche affrontarli. Oggi sei venuto da solo, potevamo farti di tutto ma ti lasciamo tornare così come sei arrivato. Vai dai tuoi compagni di curva e digli che quelli della Lodigiani non sono infami come voi”. Io, che subii il furto dello striscione ad Acireale, rosicai non poco sul momento che quello poteva tornarsene tranquillo a casa, eppure, oggi, a distanza di anni, posso dire che fece una gran cosa, da vero uomo.

Poi l’ultimo anno di Francesco tra di noi prima dell’incidente è stato il peggiore, almeno per i rapporti tra me e lui. Non gli potevo perdonare il fatto che una volta non mi difese quando mi azzuffai con Fabrizio Di Mauro, allora ds, e tenne buoni rapporti con quest’ultimo, più qualche altro piccolo episodio di non poco conto, anche se, quell’anno, a pesare più di ogni altra cosa, fu la mia lontananza da Roma e quindi dal tifo della Lodigiani.

Nel frattempo, nella Lazio, finita l’esperienza del Nucleo, aveva fondato, sempre in curva Sud, il gruppo Piazza d’Armi, retto principalmente da ragazzi del suo quartiere. Se non altro, prima dell’incidente, la Lazio gli ha regalato uno scudetto che meritava di vedere e di vivere al 100 % da ultras.

Francesco, pochi giorni prima dell’incidente, aveva manifestato la sua contrarietà alla fusione tra Official Fans e Ultras, la quale ha dato vita agli Ultrà Lodigiani. Ma eravamo convinti di potergli fargli cambiare idea. Francesco era deciso a non mollare il discorso Lodigiani, per nessuna ragione, nonostante le difficoltà che vi erano in quel periodo per il nostro tifo. Se ne sarebbe parlato qualche settimana dopo ma, purtroppo, non ce n’è stata l’occasione.

Poi l’incidente, e il suo calvario di 9 anni. Una storia di cui non voglio parlare, troppo si è detto e non c’è nulla da aggiungere. Ho voluto ricordare gli anni più belli della mia giovinezza che, irrimediabilmente, mi hanno legato alla sua figura e al suo carisma, nonostante la differenza di età. Voglio concludere con un pensiero e con l’immagine che di lui porterò sempre nel cuore.

Il pensiero riguarda una frase detta ieri dal prete che ha celebrato il suo funerale, una frase che mi ha fatto molto riflettere: “Francesco non metteva al primo posto la Lazio, ma l’aggregazione, l’amicizia ed il divertimento (….). Questi sono i veri valori della vita, e questo è ciò che alla fine conta e resta veramente”: devo ammetterlo, è la verità: ripenso a Francesco e ai suoi 1000 impegni col calcio e con gli ultras: la Lazio su tutti, la Lodigiani, la squadra dei suoi ragazzi di Colle Salario, il basket; in tutte queste esperienze ci ho visto un unico filo conduttore: Francesco e la sua voglia di aggregare, di fare gruppo, Francesco e i ragazzi più giovani. Perché Francesco, al contrario di ciò che si vede oggi in curva, aveva dei valori saldi legati agli ultras e allo sport, e li voleva diffondere. Per questo tutto ciò che ha creato, soprattutto negli ultimi anni, lo aveva fatto con i ragazzi più giovani. Come un ragazzo di Colle Salario ha ammesso al funerale, lui li ha presi per mano e li ha tirati fuori dalla strada, portandoli allo stadio e facendoli correre dietro ad un pallone. Ma soprattutto gli ha dato dei valori da trasmettere poi ai propri figli. Anche a noi della Lodigiani, nel’96, ci ha preso ragazzetti e ci ha fatto crescere sotto l’insegna della vera mentalità da ultras, quella che oggi non c’è più, quella che dice che allo stadio ci vai solo per la tua squadra senza secondi fini, rispettando l’avversario anche se dopo ci fai a pugni e, soprattutto, divertendoti. Oggi il vuoto che si è creato nelle curve è dovuto alla mancanza di veri maestri di vita e di stadio come lui.

Il ricordo più bello che mi lega a lui, e col quale concludo, è un aneddoto che avrò raccontato mille volte, ma ritengo giusto raccontarlo per la milleunesima volta. Era di Sabato in macchina sua, eravamo solo io e lui,, si era fatto buio, e dopo la partita della Lodigiani stavamo andando di corsa al palazzetto all’Eur a vedere il basket. Mi aveva convinto lui perché io ero realmente stanco. Aveva già 35 anni suonati. Gli chiesi, tutto d’un tratto: “Ma alla tua età la Lazio, la Lodigiani, la squadretta di calcio, il basket….ma non hai voglia di sistemarti, di farti una famiglia?”. Glielo chiesi con molta semplicità e senza il minimo scherno. Era una domanda seria. Lui si girò verso di me, mi guardò un attimo, si rigirò a guardare la strada, tolse entrambe le mani dal volante, alzò i pugni in cielo e disse, con enfasi: “VOGLIO FARE L’ULTRAS A VITA!!!!”. Questo è il vero ricordo che ho di lui, il più vivo. Non lo dimenticherò. Chapeau.

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