Ultras. Ultime comunità di popolo

di Quirino, pubblicato sul Fondo Magazine (www.mirorenzaglia.org)

“Cosa spinge un tifoso del Torino ad andare a vedere una squadra che colleziona figure penose da anni e schiera carneadi che rispondono al nome di Di Cesare e Iunco che magari a gennaio andranno via? L’orgoglio di far parte della Maratona, una delle curve che hanno fatto la storia del tifo italiano. Di sentirsi parte di un qualcosa di più grande e di provare a fermare il tempo, di tornare per 90’ a quando lo stadio era il rito collettivo della domenica. O, analogamente, che cosa porta, quando le tv satellitari offrono i dribbling di Messi o le finezze di Robben comodamente lì sul piccolo schermo, un tifoso della Ternana o del Verona a farsi ore e ore di viaggio per una partita di Prima divisione e per dei giocatori che a fine partita neppure li saluteranno? L’appartenenza al proprio gruppo. Non è che bisogna esserne felici, di ciò, ma prenderne atto sì: l’ultras ha saputo continuare ad aggregare in una società liquida e sempre più disgregata.”[1]
 
Era un giorno di settembre di nove anni fa. Avevo a questo punto quindici o sedici anni. Come tanti altri non mi potevo accontentare della scuola, delle ragazze, della famiglia. Magari i libri c’erano già e forse anche qualcosa da scrivere, ma avevo bisogno di altro. Arrivò poco dopo anche la politica, ma non fu coinvolgente come la mia prima “iniziazione” adolescenziale. Sarà che una tribuna era meglio di un garage-sezione, che poi l’idea politica l’avrei cambiata, sarà che era una cosa più viva. Come dice Roberto Stracca nel suo ultimo articolo del 22 novembre 2010 sul Corsera, in un mondo senza naja, senza politica, senza aggregazione, c’è lo stadio come piazza per migliaia di giovani. O forse c’era. Per gioco, per passione, per pazzia. Ma comunque ci doveva essere.
 
Da adolescente inquieto quale ero, ovviamente non potevo accontentarmi. C’era la Roma, c’era l’incredibile curva Sud. Erano gli anni dello scudetto giallorosso, quale migliore occasione? Si certo, ci andavo, con i miei amici: ho fatto anche l’abbonamento, ed ho vissuto la magia di correre le scale in salita dopo i cancelli dello stadio: passi i controlli, (o li oltrepassavi quando si spingeva tutto insieme, come una marea umana, per entrare senza biglietto. Ma non c’erano i filtri come adesso), aumenti il passo, ancora di più quando sei sui gradini, senti già i cori e quando arrivi alla fine hai tutto l’Olimpico aperto davanti a te. Si c’era anche quello. Come c’era il calcio che giocavo io, ogni domenica mattina. Metterti i scarpini, i guanti, ed emozionarti anche per quello. Ma non mi bastava. Dovevo riempire anche il sabato di quella follia.
 
A Roma si sa c’è la Roma e c’è la Lazio. Un laziale invertirebbe l’ordine. Ma per quello che voglio dire cambia poco. Una passione per il calcio che riempie una città, muove i quartieri dormitorio. Forse il calcio è quello che rimane dell’anima di una città, che la sua anima sta smarrendo (o forse ha smarrito da tempo). Ma lì, nove anni fa, c’era anche un’altra squadra, la terza squadra della capitale: la Lodigiani. La sua storia era più o meno una favola: nasceva nel 1972 come squadra aziendale di una ditta di costruttori (la Lodigiani costruttori per l’appunto) per arrivare nel 1983 alla vittoria del campionato Interregionale e l’arrivo quindi in serie C2. A quell’epoca la Lodigiani giocava nel quartiere di San Basilio, al Francesca Gianni, che era un campo temutissimo, un “catino” vista l’animosità del popoloso quartiere romano. Poi si trasferisce allo stadio Flaminio, e all’inizio degli anni ’90 arriva anche in C1 sfiorando addirittura la serie B perdendo il match play-off con la Salernitana.
 
Io la Lodigiani la conoscevo benissimo. Come tutti i ragazzi della mia età che giocavano a calcio. Perché la Lodigiani aveva un settore giovanile importante, forse uno dei più importanti d’Italia nel centro sportivo della Borghesiana (dove si ritrova ancora la Nazionale). Per noi che sognavamo un futuro da calciatori la Lodigani era come la Roma o come la Lazio. Ma a livello di prima squadra era pur sempre una squadra di serie C1. Giocava al Flaminio, che è uno stadio enorme. Se guardavi le immagini in televisione quello stadio lo vedevi sempre vuoto. E quel settembre di nove anni fa, la Lodigiani era una squadra in caduta libera che aveva perso lo splendore del decennio passato.
 
Ma girovagando feci una scoperta. Esistevano gli Ultrà Lodigiani! Esisteva un gruppo di ragazzi che seguiva dal 1996 la squadra, e soprattutto la seguivano ovunque. In ogni luogo d’Italia, in ogni trasferta, senza saltarne una. Erano pochi, pochissimi. Ma suonavano il tamburo, e avevano uno stile retrò, anni ‘70/’80 che in curva Sud non andava più di moda. Se ne fottevano poi della politica che anche quello andava di moda. Decisi allora di buttarmi a capofitto, in quel settembre del 2001. Era tutto ciò di cui avevo bisogno.
 
Ricordo che arrivai lì al Flaminio accompagnato da mio padre. Che poi mi venne a prendere a ritorno.  Ma poi ovviamente non gli fu più permesso da parte mia. Io abitavo lontanissimo dal Flaminio. Dovevo prendere un autobus, poi un altro, poi quasi tutto il tragitto della metro A, e poi prendere il famosissimo tram 2 da piazza Mancini (famoso perché porta anche all’Olimpico). Ovviamente dato che la Lodigiani giocava di sabato pomeriggio e il sabato mattina io andavo a scuola me ne partivo da scuola con un panino. Da solo. Riuscì a portare tre amici nel tempo, ma non tornarono una seconda volta. Al diavolo lo struscio del sabato e le pischelle, io dovevo andare a vedere la Lodigiani!
 
Comprai la maglietta del gruppo, che definire autarchica era poco. Tifai tutta la partita come un forsennato. Conobbi gli altri ragazzi del gruppo e per qualche anno quello divenne il mio mondo. Il gruppo aveva una fanzine, anche quella autarchica, e fin dalla settimana successiva comincia a scriverci. Sempre. E’ da lì che cresce la mia passione per lo scrivere, alla faccia di tutti quelli che dicono che ultrà è solo violenza. Per me era divertimento. Era impegno. Era svago. Era condivisione. Non era la società liquida e disgregata della televisione.
 
Sono stato per 3 anni sulle tribune deserte del Flaminio. Ma ora non vorrei parlare più di me. Perché gli Ultrà Lodigiani esistono ancora, nonostante la loro storia, sicuramente sconosciuta, è la tipica storia da calcio moderno.
 
In quei tre anni passati a tifare, la Lodigiani era retrocessa in C2 e nel 2003 retrocesse anche in serie D. Fu un ripescaggio a salvarla dall’abisso. Ma proprio in quel periodo l’azienda Gruppo Cisco si avvicina alla società Lodigiani. Il presidente dell’azienda oltre ad essere molto ricco ha anche il pallino del calcio, e il suo nome anni prima si era sentito per l’acquisto della Lazio. Inoltre esisteva una squadra dilettantistica già da anni, la Cisco Collatino. Gli Ultrà Lodigiani capirono al volo ciò che stava accadendo e boicottarono quell’ibrido che si stava creando (che prese il nome di Cisco Lodigiani).  Nel 2005 infatti la Lodigiani scomparve del tutto, per fare spazio alla Cisco Roma. Praticamente un’azienda comprava una squadra di calcio, prendendone il nome e la storia. Con questo sarebbero dovuto scomparire anche gli Ultrà. Ma questo non accadde.
 
Non avevano più la squadra, poiché la Nuova Lodigiani società creata poco dopo ripartì completamente dal settore giovanile. Per anni gli Ultrà hanno seguito i ragazzini della Juniores, e non hanno smesso di urlare la loro rabbia contro la Cisco che si faceva pubblicità con Di Canio in campo…
 
…nel 2008 la storia sembra ripartire dalla prima categoria. Tornando all’inizio, Stracca si chiedeva cosa spingeva gli ultrà del Torino, della Ternana e dell’Hellas a girare l’Italia per delle squadre ormai in declino. Gli Ultrà Lodigiani ripartivano invece dalla prima categoria, che è l’inferno del calcio per chi ha lasciato la sua squadra in C. L’anno scorso c’è stato il salto in Promozione, ma gli Ultrà sono stati tutti diffidati. Per un litigio da paese in una partita di prima categoria…
 
Tante squadre sono fallite in questi anni. E ora sono nell’inferno del calcio. Tante squadre il paradiso del calcio non lo hanno mai conosciuto. Ma i loro ultras ci sono ancora. Nonostante tutto. Certo il movimento ultras ha delle macchie come diceva anche Stracca. Ma anche cose belle.
 
Gli Ultrà Lodigiani ci sono ancora. E mi piacerebbe che ci fossero ancora pischelli di 16 anni che hanno bisogno solo di questo per sentirsi vivi.


[1] Roberto Stracca, Tifo, violenza, orgoglio. In curva le ultime tribù, Corriere della Sera 22/11/2010
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                          Aspettando l'ultimo grado...

Mecoledì scorso nel tardo pomeriggio, come tutti sappiamo, è arrivata la tanto attesa sentenza della Corte d'appello sul caso Sandri.
Personalmente ritengo che sia una sentenza giusta e dovuta. Dovuta in primis verso i familiari di Gabriele, ma anche per tutti i cittadini italiani.
Quello che mi lascia soddisfatto non è tanto l'imputazione della pena nei 9 anni e 4 mesi inflitti a Spaccarotella, ma la decisione della Corte di condannarlo per omicidio volontario e non più per omicidio colposo.
Ritengo che più che gli anni dati sia questo "particolare" la vicenda più positiva, positiva per un intero paese, paese in cui si è persa la certezza del diritto, paese in cui la legge era uguale per tutti ma solo astrattamente, poi nelle prassi, senza che mi soffermo, sappiamo tutti quello che accade. Ecco perchè questa decisione è importante, forse, e dico forse perchè non mi voglio sbilanciare, si è giunti a decidere sulle sorti di un poliziotto con una sentenza reale, giusta, ovvero una sentenza non a misura.
Dopo questo passo importante per l'intero paese speriamo solo che in ultimo grado non si combini la "frittata" ribaltando l'omicidio in colposo, speriamo vi sia una decisione nuovamente ragionevole e speriamo che noi, ma soprattutto i familiari e i più stretti amici di Gabriele possano finalmente gridare… Si! giustizia è fatta! Anche perchè dopo quello che hanno passato e che sicuramente continuano a passare, lo Stato gli è sicuramente debitore di una sentenza del genere!