Gli anni

…stessa storia, stesso posto, stesso bar. Chissà se gli 883, che fecero da colonna sonora a molte delle nostre adolescenze, avrebbero mai pensato di dare lo spunto ad un articolo sugli Ultrà Lodigiani. Ma credo non ci sia migliore accostamento musicale in tal caso. Gli anni passano, e nessuno ce li porta indietro. Sacrosanta verità su cui nessuno può obiettare. Tuttavia ci sono modi e modi di affrontare la propria esistenza, e modi e modi di sentirsi addosso la propria età. Lo stadio, il tifo e la curva, sono da sempre un antidoto alla vecchiaia, e non mi sorprenderebbe se qualche sociologo lo avesse già scritto in uno dei suoi manuali universitari.

Eppure, a pensarci, sembra incredibile che siano passati già 11 anni. Undici anni di esistenza sono minimo un ottavo della vita di un uomo. Sono due lustri più un anno ed anche il tempo medio che uno studente di Medicina impiega per diventare dottore. Io se mi guardo indietro, percorrendo questo salto a ritroso e chiudendo gli occhi, sento ancora l’odore di quelle prime volte al Flaminio. Rivedo le facce, risento i discorsi e mi spunta automatico un sorriso, probabilmente inglobato da un pizzico di malinconia, classico del ricordo di un qualcosa che difficilmente potrà tornare. Era un’amichevole estiva al Flaminio (Lodigiani-Roma), quando conobbi per la prima volta gli Ultrà Lodigiani. Ero un sedicenne, come tanti all’epoca, appassionato di tifo ma non ancora inquadrato, anche se vedere quel gruppo scalcinato e diverso da ciò che ero abituato a vedere nelle due curve della Capitale non mi rimase affatto indifferente. Nella stupidità adolescenziale che ti porta ad invadere il campo per mero esibizionismo (negli anni avrei poi imparato che tale atteggiamento, pur se parte integrante del movimento, va accuratamente evitato e stigmatizzato in determinate situazioni) mi ero così avvicinato al settore dove campeggiava quello striscione biancorosso sovrastato da un tamburo. Di getto, senza neanche pensarci, iniziai a parlare con dei ragazzi seduti in balaustra per fargli i complimenti. Il loro tifo mi era piaciuto. Originale, spassoso e colorato. Uno di loro, Giorgio, mi disse: “Vieni con noi sabato, giochiamo contro il Gela”. Forse neanche ci scambiammo i numeri. Internet praticamente non esisteva, ne’ tantomeno tutti i suoi surrogati che oggi vanno per la grande. C’erano gli appuntamenti e basta. E’ persino strano parlare così di un lasso di tempo non certo millenario, ma siamo nella società dove questo genere di trasformazioni sono all’ordine del giorno. Sta di fatto che quello fu solo il primo dei tanti appuntamenti del sabato in Via Flaminia. C’era di tutto il quel mondo. Il matto, il preciso, lo zozzone cronico, il ladro, il casual. Forse a dieci chilometri dallo stadio ci saremmo persino schifati e, al caso, messi le mano addosso. Una maniera talmente ecumenica di vivere lo stadio che ti entrava subito dentro. Non ci misi molto a trovarmi a mio agio, prendendo parte anche alle prime trasferte ed incrementando in maniera irreversibile la mia passione per tutto ciò che riguardava il movimento ultras. Poi venne la Cisco, ci fu l’esperienza in Prima Categoria, i fatti di Carpineto e tutte quelle pagine nere che purtroppo conosciamo per averle vissute in prima persona, ma di cui oggi non ho assolutamente voglia di parlare.

Quando si arriva a 18 anni, ci si sente generalmente forti, pieni di se e finalmente liberi di poter fare ciò che si vuole. Triste cartina al tornasole di una verità mai più falsa, dato che dalla maggiorità in poi si comincia veramente a fare i conti con la vita, e soprattutto in un paese come il nostro, il saldo rischia di essere straziante e negativo. Essere maggiorenni per un gruppo ultras non è mai un qualcosa scontato, ci sono gruppi che hanno fatto la storia e che pure si sono sciolti prima. Certo, è vero, noi non abbiamo più una squadra da tempo. Ma abbiamo noi stessi, o almeno ciò che rimane. Quello spirito che, in fondo, anche chi si è allontanato per le più disparate ragioni mantiene dentro di sé. Perché Ultrà Lodigiani è stato, ed è tutt’oggi un qualcosa di indelebile ed unico nel suo genere. Sono le mille serate passate in giro per Roma, nel cuore di una città che pian piano si trasformava sempre meno a nostra immagine e somiglianza. Sono gli striscioni fatti nei luoghi più desolati, bui e sporchi della città, le trasferte, le cazzate, i treni presi sempre e solo senza biglietto, i gemellaggi impossibili, il gergo tutto nostro, le risate ed anche i momenti più bui. Ma tutto vissuto insieme. Perché la prima cosa che ho appreso quando ho messo piede su quei gradoni umidi e colmi di fascino, è che lo stadio, il gruppo ed il tifo, sono un qualcosa di aggregante. Un qualcosa che deve andare sempre oltre. E se così non è tanto vale andare a spendere il proprio tempo da qualche altra parte. Perché se la curva diventa una ragione di vita, una battaglia quasi militaresca, viene quasi completamente svuotata del suo significato. Il tuo compagno di curva deve essere parte integrante di te stesso, dentro e fuori dallo stadio. Unità d’intenti, amicizia e passione. Per me gli UL ’96 hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi tanto. A volte forse pure troppo nel modo di vivere ed affrontare il mondo attuale delle curve. Un credo da cui non posso prescindere. E poi penso per chi, come Stefano, quel pezzo di stoffa ha rappresentato forse più di metà della vita. Ripenso a quelle serate passate a parlare al telefono, per ore, con Nikola, Taxi e poi con Stefano stesso. Le cazzate tirate fuori dal cilindro di personaggi fiabeschi ed improbabili come lo Spastico, il Tarantino e Borgognoni. Le stranezze mai banali del Roscio ma anche le sue idee geniali e spesso risolutorie. Le decine di tifoserie conosciute in giro per l’Italia, nelle stazioni e negli autogrill. Ma anche gli incontri e le sole chiacchiere con i tanti ragazzi che ho visto passare e con gli ultimi che hanno effettivamente seguito attivamente un qualcosa di assimilabile alla Lodigiani Calcio. Perché si può mentire agli altri ma non a noi stessi, il rimorso rimane quello di aver vissuto solo una parte di questa storia. Ma la gioventù sarà per sempre intrisa di biancorosso. Di quei bandieroni che alle prime armi sventolavo con così tanta passione da farmi venire i calli sulle mani, oppure da quell’agitazione che ebbi quando per la prima volta mi fu affidato lo striscione da trasferta. Lo ricordo come fosse oggi, quel pezzo di stoffa con la sigla del gruppo, prima lo appesi addirittura in stanza, poi quando mia madre cominciò a dar segni d’insofferenza lo riposi in uno zaino, ma non potevo far a meno di controllare se ci fosse, dandogli un’occhiata di tanto in tanto. Ecco, forse è questa poesia, questa pazzia e questa sorta di rincorsa ai feticci che manca ai ragazzi di oggi. Questo voler sognare di fronte ad una curva che canta, un tamburo che batte ed un pezzo di stoffa che sventola. Gli manca la poesia. Gli mancano i sentimenti. Gli manca persino la curiosità. E’ triste a dirsi, perché non ho 50 anni, ma 27. Eppure il distacco generazionale si sente in maniera lampante. Troppo presi, i ragazzi di oggi, a fotografarsi con i cellulari e a far video alla loro curva che tenta di cantare. Non si rendono conto che sono loro lo spettacolo, sono loro a dover mantenere alto il nome della città e della propria tifoseria. E’ diventato tutto di plastica. Nascessi oggi con gli ideali di dieci anni fa, mi farebbe schifo il movimento ultras ed il calcio in generale. E chissà comunque, cosa sarei diventato senza aver incontrato sulla mia strada i ragazzi del Flaminio. Difficile da dirsi, difficile anche immaginare di poter imboccare un bivio differente.

Probabilmente i nostri vessilli, le nostre bandiere ed i nostri drappi non avvertiranno più di tanto il peso dell’età su di loro. Forse si sentiranno giovincelli finalmente emancipati. Ma a noi, che il fato ce li ha tolti dalle mani per riporli nelle nostre case, a noi che il mondo ultras e la Lodigiani ci sono sfuggiti dalle mani, chi ce la restituisce quella gioventù spensierata, gagliarda e spavalda? Quelle serate che facevi le cinque del mattino ed andavi a dormire con l’adrenalina a mille perché avevi vissuto. Eri stato un protagonista e non un triste comprimario mischiato in una società che spesso disprezzi e non tolleri. Gli Ultrà Lodigiani sono stati l’epicentro della vita per molti di noi. Anche se oggi qualcuno lo nega o se ne tira fuori in maniera defilata. Tra due anni saranno venti. Due decenni. Cinque lustri. Noi siamo sempre in attesa che qualcosa si smuova, perché è inutile negarlo, la speranza è l’ultima a morire e se si ama un qualcosa, che sia una donna, un’ideale o una squadra di calcio, si fa comunque di tutto per riportarla vicino a sé. Nessuno può dire con certezza se lo rivivremo mai. Se un giorno ritorneremo insieme sugli spalti a cantare i nostri bellissimi cori. Ciò di cui sono certo però, è che la mia militanza ultras può svolgersi solamente con questo gruppo, a cui ho giurato fedeltà eterna, forse inconsciamente, in quel Lodigiani-Gela di tanti anni fa, ed a cui oggi faccio gli auguri con tutto il cuore ed i sentimenti possibili. E gli auguri vanno anche a tutti noi che abbiamo contribuito a far si che UL ’96 non fosse solo una sigla, ma un qualcosa di animato e vivo contribuendo alla sua sopravvivenza. Gli auguri vanno persino a chi ha girato le spalle al gruppo ed a chi se ne è dimenticato. Sono certo che nella propria mente e nella propria anima, ha ancora un po’ di spazio per quei sabati al Flaminio.

Non so se attraverso queste righe sono riuscito ad esprimere bene i miei sentimenti ed il mio pensiero. Ci sono delle cose, così limpide e semplici dentro di noi, che è difficile riportare su un foglio Word. Ho pensato diverse settimane prima di scrivere un articolo sul gruppo. Perché nulla nasce per caso. Ho riflettuto su cosa potesse uscire fuori parlandone in questo periodo della mia vita. Un po’ come il vino, più si cresce e più lo si apprezza. Orgoglioso di essere cresciuto con persone che hanno sempre ragionato facendo dell’essere ultras un credo pulito, sano e genuino. Mai sporcato da interessi, compromessi ed atteggiamenti fuori dalle nostre regole.

…gli anni del tranquillo siam qui noi, siamo qui noi!

Orgogliosamente Ultrà Lodigiani 1996!

Simone



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