Quarto anniversario morte di Gabriele Sandri

4 Novembre 2007 – 4 Novembre 2011

Ricordando Gabriele

Il DVD uscito in occasione della nostra rassegna presso la Fondazione Gabriele Sandri, verrà pubblicato capitolo per capitolo su Youtube (in arrivo il Canale Lodigiani) e sarà scaricabile, sia integralmente, sia capitolo per capitolo, sul nostro sito. Tuttavia, essendo oggi la quarta ricorrenza dell’uccisione di Gabriele, ci è sembrato doveroso partire dall’ultimo capitolo del nostro DVD, dedicato a Gabriele. Per non dimenticare, ascoltando il suono del silenzio.

Annunci

Inaugurazione “Cuore e sudore”

“Cuore e sudore, 40 anni di storia, 15 d’amore

Pronti, partenza, via!

Giornata inaugurale di Sabato 5 Novembre 2011

Detto e ribadito più volte, inutile credere ad una casualità totale delle cose. Se la Fondazione Sandri non ci avesse contattato a Luglio, di cosa parleremmo oggi? Cosa avrebbe fatto il nostro gruppo se non rimuginare sulle stesse cose? Oggi, invece, abbiamo di cui parlare, fermo restando che le conclusioni verranno fatte solo a fine manifestazione.


Parliamo per esempio di ciò che noi abbiamo fatto per preparare questo evento: pur rimarcando lo stress, nonché la mancanza di abitudine, nell’organizzare una rassegna come questa (e meno male che si è svolta in uno spazio non eccessivamente grande o andavamo in tilt), il gruppo ce l’ha messa tutta. E’ stato un lavoro corale, di gruppo nel vero senso della parola, dove più o meno tutti hanno rispettato le consegne prese. Mi scuso io, piuttosto, per aver presentato un video incompleto e non di qualità perfetta, cercherò di rimediare al più presto. In ogni caso, il lavoro preparatorio, svoltosi a dovere, ha fatto si che ci siamo presentati al giorno prestabilito, 5 Novembre 2011, presso la Fondazione Sandri, senza che mancasse veramente nulla, se non delle piccole cose alle quali si è rimediato presso negozi vicini (quant’è cara Prati!) o con brevi sortite fuori dal quartiere.


Nervosismo tanto veramente. Troppa la paura che qualcosa andasse storto, troppa la stanchezza, nonché lo stress accumulato nei giorni precedenti, troppo il timore un fiasco completo. Dalle 10 di mattina, comunque, quasi tutto il gruppo era già al lavoro, prendendosi il suo spazio nella Fondazione, che non finiremo mai di ringraziare, e decidendo cosa mettere e dove, con svariati ripensamenti e prove tecniche di ogni tipo.


Col passare delle ore, e l’avvicinarsi delle 17, è inevitabilmente aumentata la stanchezza con il relativo nervosismo, anche se, già dalle 14, era più che chiaro che quello che doveva esser fatto, sarebbe stato alla fine fatto.
Ore 17:00. Tutto pronto. Le magliette più belle della Lodigiani su dei busti offerti dalla Fondazione, le altre su dei cartoni ritagliati, gli album sistemati con ogni didascalia possibile, la vastissima oggettistica, i capi di abbigliamento più vari (t-shirt del gruppo, berretti, persino una cravatta, per non parlare delle mitiche sciarpe di cui una della stagione 82/3!), letture e gadgets da dare in omaggio, e il nostro striscione “Giustizia per Gabriele” che ci fissava dall’alto della scalinata a chiocciola, dove era stato appeso.


Con grande puntualità sono arrivati i nostri primi ospiti, di cui molti, alla fine, non so neanche chi fossero e perché stavano là. Il primo che ho visto è stato un Tonino Ceci in forma smagliante come non lo avevo mai visto, sorridente che mi / ci porta (il “mi” è a evidenziare che a fine mostra la tengo io) un regalo per la rassegna, ovvero la storica maglia bianca dell’Adidas a strisce fine blu, col vecchio simbolo della Lodigiani, indossata da lui stesso il giorno della promozione della Lodigiani in serie D. Era il 1980. Quasi commosso prendo il regalo e saluto Malvicini, che mi annuncia che sta per arrivare l’ospite (veramente) più inatteso: l’ingegner Lodigiani! Mai visto in quasi 20 anni di Lodigiani, e osservato solo in qualche rara foto di repertorio biancorosso, oggi sarebbe venuto a conoscere gli ultrà della squadra che porta il suo nome. Nell’attesa mi dicono che è arrivato Cristiano Sandri col suo piccolo Gabriele, e a quel punto rientro nell’edificio della Fondazione, senza sapere che da quel momento, per la mole di gente incontrata, non ne sarei più uscito fino a fine mostra.


Fare rappresentanza non è mai stato il mio forte, ma parlare con i più svariati ospiti di Lodigiani mi ha messo subito a mio agio. Poi è arrivato, con suo figlio, l’Ingegner Lodigiani, che con un sorriso smagliante, nonostante qualche acciacco dovuto all’età, ci ha accompagnato per la restante parte del pomeriggio. Mi ha sorpreso la sua voglia di ascoltarci,  la disponibilità, e sinceramente, non ho mai visto una persona che in almeno un’ora di permanenza, non ha smesso un attimo di avere un’espressione allegra e piena di gioia. L’Ingegnere, per me, è sempre stata una figura stranamente estranea al contesto Lodigiani. Una persona immersa nel suo lavoro di costruttore fin quando ha potuto lavorare, l’uomo che gestiva con successo una delle più grandi aziende di costruzioni del mondo, colui che ha dato il suo nome ad una piccola squadra senza prevederne minimamente gli effetti futuri, era lì, a parlare con noi. Mi sono sempre chiesto cosa ne pensava di quella squadra che ha superato di fama un’azienda quasi secolare, del fatto che persino lui, come Lodigiani, oggi, è riconosciuto dai più per la squadra tanto che per l’azienda. Gliel’ho domandato, e dopo avermi ricordato che in questi anni solo una persona lo ricordava più per l’azienda che per la squadra, ha detto che ne era ben contento, ed era sincero. Non mi pare una persona che mente, neanche per diplomazia. Per me la presenza del vero Lodigiani a questa mostra ha rappresentato un cerchio leonardesco, un qualcosa che può chiedere un’epoca ma, forse, aprirne un’altra, un surreale in cui Garcia Marquez avrebbe sguazzato in lungo e in largo, facendo della Lodigiani la sua nuova Macondo e dell’Ingegnere il suo novello José Arcadio Buendía (non avete letto “Cent’anni di solitudine”? Fatelo.).


Poi è arrivato il momento della parte ufficiale, un mio improvvisato discorso, breve il più possibile e finalizzato solo a dei sinceri ringraziamenti alla Fondazione, a Cristiano Sandri, agli ospiti intervenuti e soprattutto al nostro impareggiabile gruppo), nonché la consegna di una nostra simbolica targa a Cristiano, dedicata a Gabriele (targa che riprendeva la frase di un articolo di Simone apparso su “Voce in Capitolo” numero 73). Dopo una replica di Cristiano Sandri (che ringrazio ancora adesso per la sua cordialità e per la benevolenza dimostrata verso di noi), pian piano abbiamo chiuso questa giornata inaugurale, che penso sia stata bella per tutti, o perlomeno me lo auguro.


Dopo un po’ di cazzeggio davanti alla Fondazione ormai chiusa e aver fatto danni in un bar circostante (tanto per non smentire la nostra fama), cena finale da Pizzami a sera inoltrata, con Guidi nostro lieto ospite (arrivato anche nel finale della parte inaugurale alla Fondazione, giusto in tempo per finire tutte le pizzette sul tavolo) assieme a Michele, nostra conoscenza da un po’ di tempo ormai.


Qualche conclusione a fine mostra; intanto, fino al 18, vi invito a visitare il nostro spazio presso la Fondazione Sandri dalle 10 alle 18, dal Lunedì al Sabato.

Ps: causa problemi al computer, non è stato possibile trasmettere l’intervento audio di Rinaldo Sagramola. Provvederemo a breve su questo spazio.


Il messaggio di Fabio Firmani per la mostra di Sabato


Su richiesta della Fondazione Gabriele Sandri, Fabio Firmani, tra i più noti ex della Lodigiani, ha scritto un messaggio dalla Cina in riferimento alla nostra mostra, alla Fondazione e a Gabriele. Un messaggio pubblicato integralmente su http://www.fondazionegabrielesandri.it e riproposto fedelmente qui di seguito

Dalla Cina, Fabio Firmani: “Bene sabato mostra Lodigiani. Quel Lazio-Parma gol per Gabbo, momento più bello della mia carriera”  

Gioca nello Shaanxi Chanba F.C. di Xi’an in Cina, ma seppur in Asia, anche dall’altra parte del mondo Fabio Firmani non dimentica le sue radici e nemmeno l’amico Gabbo Dj, alla consolle in una festa di compleanno.

 

In esclusiva per il sito della Fondazione Gabriele Sandri,  a ridosso del 4° anniversario dell’11 Novembre, prima di un altro Lazio-Parma e della mostra sulla Lodigiani Calcio Roma 1972 che Sabato 5 Novembre apre nella Biblioteca del Calcio (ore 17, Piazza della Libertà), Fabio Firmani ci scrive, raccontandosi a cuore a aperto.

 

E lo fa con frasi piene di amore. Verso un passato che non passa, perché scolpito nell’anima, impossibile da dimenticare.

A.S. LODIGIANI CALCIO ROMA 1972

La Lodigiani per almeno un ventennio a cavallo tra gli anni ottanta e il nuovo millennio ha rappresentato un modello, un riferimento importante per tutto il calcio italiano.

Ultimamente si parla tanto di rivalutare i vivai e si dice spesso che serve una maggiore organizzazione per scoprire e lanciare talenti. Tutti aspetti che la Lodigiani curava nei dettagli come poche altre società italiane. Ho avuto la fortuna di fare parte per più di 10 anni di questa famiglia e credetemi…. lo era davvero! Non lo dimenticherò mai.

 

Non sarà mai abbastanza grato a persone speciali come il Presidente Malvicini e il direttore Sagramola: il  vero motore di quella splendida avventura furono loro. Fa bene la Biblioteca del Calcio ad organizzare una mostra sulla storia della Lodigiani.
 

FONDAZIONE GABRIELE SANDRI

La Fondazione Gabriele Sandri avrà sempre il mio appoggio. Credo che in questo momento dove i giovani faticano a trovare dei riferimenti nella società, queste iniziative come quella della mostra, possano unire ed aiutare ad essere solidali con il prossimo.

 

FIRMANI E LA FAMGILIA SANDRI

Conoscendo la splendida famiglia di Gabriele saranno questi i valori che la fondazione porterà avanti ed è per questo che chi aderirà alle iniziative di Piazza della Libertà si sentirà orgoglioso e più completo a livello umano.
 

QUEL LAZIO-PARMA PER GABBO

Il mio pensiero su Gabriele corre a quella giornata di Lazio-Parma del 2007, la domenica dopo il suo omicidio. Quella partita mi ha unito ancora di più a lui e alla sua splendida famiglia.

E quella corsa spontanea verso di lui, al 90° verso il suo viso sorridente sotto la Curva Nord, è stato il momento più intenso e più bello della mia carriera.

Caro Gabri, sei nel mio cuore e ti porterò sempre con me.

 

Fabio Firmani
 

Fabio Firmani cresce calcisticamente nel settore giovanile della Lodigiani, con cui esordisce in Serie C1 nella stagione 1995-1996. Alla Lazio arriva invece nel 2005, dove resta fino al 2011, tolta una parentesi negli Emirati Arabi (Al-Wasl) nel 2009.


Giustizia per Gabriele
Giustizia in generale


Come da tre anni a questa parte, mi ritrovo di fronte ad una data che di certo non può lasciare indifferente chi, come me, ha sempre vissuto di stadio e ultras. E’ proprio insistendo a pensare che ho maturato la certezza che il caso di Gabriele non va visto come un caso a sé stante, che a noi sta comunque ben a cuore per ovvi motivi (un ragazzo giovane, di Roma, con la passione dello stadio) ma come insieme di un sistema marcio che ormai è in completa decomposizione. Ho sempre pensato: cosa sarebbe successo, in un caso analogo ma all’estero, in una situazione identica a quanto successo a Gabriele Sandri? In un qualunque stato europeo, magari con qualche minima eccezione, il poliziotto sarebbe stato subito messo agli arresti, sospeso dal servizio e avrebbe avuto anche un processo per direttissima data la fragranza del reato. A cosa abbiamo invece assistito noi? A teorie campate per aria su proiettili di rimbalzo, ad omertà da parte delle istituzioni pubbliche, e all’ennesimo tentativo di depistare e persino insabbiare le indagini. E questo non è un caso isolato. Altre volte ho fatto i nomi di ragazzi o uomini morti da un giorno all’altro, a volte in libertà, a volte in carcere, per l’eccessiva brutalità o l’incredibile idiozia di uno o più agenti delle forze dell’ordine. E allora forse Gabriele, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e tutti gli altri vanno inquadrati non come casi isolati, ma facenti parte di un sistema che ormai è un vero stato di polizia. Partendo dal presupposto che in nessuna parte del mondo esistono forze dell’ordine perfette ed impeccabili, vi domando: quante volte avete sentito in Italia un Ministero dell’Interno, un dirigente di polizia, un agente, chiedere scusa e riconoscere un errore suo o dei propri sottoposti? Io non lo ricordo, al massimo, in casi un pò troppo lampanti, tipo Stefano Gugliotta (ve lo ricordate?) si è dovuto riconoscere l’errore, si è promesso di approfondire le indagini sui poliziotti che lo hanno pestato a sangue, e poi non se ne è più parlato, come era ovvio. L’ultimo passaggio logico dei miei pensieri, mi porta a ciò che sta accadendo in tutta Italia in questi ultimi mesi: gente incazzata che scende in piazza per difendere i propri diritti, dalla Lombardia alla Sicilia, e che quasi sempre in maniera eccessiva ed ingiustificata viene caricata da agenti di polizia: a quanti casi abbiamo assistito in questi ultimi mesi? Io ricordo i manganelli a iosa contro i manifestanti di Terzigno e Giugliano, le cariche contro i manifestanti Aquilani a Roma, la recentissima carica di Brescia, a Torino contro gli studenti, in Val di Susa contro i No Tav, a Napoli contro gli operai Fincantieri,  e troppi se ne possono citare. E guardate che qua non si sta parlando di stadio, e quindi come dice qualcuno, del solito vittimismo degli ultras….qua si parla di vita reale, di gente che scende in piazza per i propri diritti, per il lavoro, o per difendere il proprio territorio. Però anni fa, quando non c’era questa tensione sociale, e le cariche riguardavano pesantemente solo gli ultras erano solo questi ultimi ad essere sempre dalla parte del torto secondo l’occhio sociale, e noi eravamo dei pazzi visionari quando dicevamo che ciò che facevano allo stadio era solo un laboratorio che poi si sarebbe esteso, in caso di necessità, fuori dallo stadio. Ed ecco che allora tutti i conti tornano: Gabriele Sandri, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, le tante misteriose morti di carcere passate sotto silenzio, le cariche allo stadio, alle università, in mezzo ai cortei dei ragazzi, davanti ai cantieri o in mezzo ai disoccupati, nei posti di presidio o davanti alle discariche, l’omertà, il concetto che il poliziotto che serve (ma nel vero senso della parola) lo Stato ha sempre ragione, deve essere impunito, tiene il posto di lavoro e viene persino promosso, la copertura di questure e Ministero, il controllo sociale dei mezzi di informazione, l’arresto selettivo di contestatori al passaggio di qualche politico, le querele mandate qua e là a chi dice troppo, le leggi bavaglio contro l’informazione e quelle contro lo sviluppo di internet, le leggi anti-costituzionali anti-ultras, le leggi a completa discrezione della polizia, l’anonimato degli agenti delle forze dell’ordine mai dotate di un numero identificativo ben visibile, il controllo mafioso-piduista dello Stato si sintetizzano in un solo concetto: Stato di Polizia. Paranoico? Forse un pò. Ma non lontano dalla realtà. Perché se continuassi col delirio di ciò che sto scrivendo potrei cominciare ad elencare, sempre sommariamente perché è impossibile ricordare tutto, ciò che abbiamo subito come cittadini in questi ultimi anni sotto ogni punto di vista e che può essere protetto solo da un intervento massiccio della polizia o di chi in sua vece. C’è solo una cosa che non riesco a capire: spesso i poliziotti o carabinieri che si celano dietro una divisa o dietro dei caschi non sono altro che ragazzi come noi che subiscono un sistema marcio e che vengono sfruttati e sottopagati: mi chiedo come sia possibile che quando scoppia qualche caso nessuno abbia mai la coscienza di denunciare ciò che magari non ha fatto ma visto fare da dei colleghi, o quando sente ordini assurdi impartiti dai superiori, come quello di caricare e picchiare gente inerme. Forse anche quello è un sistema di ricatti per chi non sta al gioco, e di promozioni per chi si sa fare i cazzi suoi.
Mi sono molto allontanato dal caso Gabriele, ma l’ho fatto cercando di seguire un filo logico, per arrivare al controllo totale che oggi subiamo e del quale spesso in tanti, troppi, non si rendono conto. Certo, noi chiediamo Giustizia per Gabriele, però, oltre a quello, dovremmo chiedere Giustizia e basta per ogni abuso che ormai si consuma quotidianamente di fronte ai nostri occhi. Anche se spero sempre che Spaccarotella passi almeno 10 anni in una prigione (cosa che tanto non avverrà mai), non credo che dovremmo fossilizzarci su un caso, ma combattere l’intero attuale sistema di potere, con le sue ingiustizie e i suoi sporchi giochi. Perché se il sistema fosse stato diverso Spaccarotella non avrebbe avuto un giorno di libertà da quel giorno di 3 anni fa, e avrebbe perso il lavoro. Ma forse, in un sistema più sano, Gabriele sarebbe ancora vivo, e noi non saremmo ancora qui a chiedere, ora e sempre: GIUSTIZIA.


PISANU, AMATO, MARONI, OSSERVATORIO, CASMS, LEGA CALCIO, PENNIVENDOLI, SINDACATI DI POLIZIA…

…ON T'ENCULE!

AH DIMENTICAVO…

ANCHE LA TURCHIA CI HA SUPERATO…

NO ULTRAS? NO EURO 2016!


Gugliotta: un caso emblematico


Un ragazzo pestato brutalmente per errore. Un fatto salito agli onori della cronaca solo perché il ragazzo picchiato non era un ultrà

Ufficialmente non sono mai colpevoli. Pensano di appartenere ad un mondo elitario, da una parte loro e dall’altra lo schifo. Loro possono tutto, e ogni azione è sempre giustificata. Loro sono infallibili e hanno sempre la protezione dell’opinione pubblica, perché se loro ti hanno fatto qualcosa è perché qualcosa tu lo hai fatto. Se sono costretti ad usare la forza bruta è solo perché vengono provocati. Credono di far parte di una razza pura e da difendere, e quindi si coprono a vicenda. Possono anche ammazzare in alcuni casi estremi, ma un “aiutino”dall’alto arriva sempre. Però ogni tanto qualcosa si rompe. E il caso Gugliotta rappresenta uno spiraglio che può aprire la porta, anzi, spalancarla, sugli abusi che troppo spesso le forze dell’ordine commettono in maniera gratuita ed arbitraria.

Di casi di cronaca come quello di Gugliotta se ne sente parlare spesso, e purtroppo talvolta  si arriva anche a dei finali tragici. Possiamo citare i casi di Aldrovandi, Cucchi, Bianzino, Rasman, troppi ce ne sarebbero, per non parlare di quanto è successo a Gabriele Sandri. Ogni volta che poliziotti, carabinieri o guardie carcerarie ne commettono una ecco che arriva subito una versione correttiva di quanto si afferma da Questure, Prefetture, e talvolta anche dal Ministero dell’Interno. Poi ogni tanto le forze dell’ordine ne fanno qualcuna troppo grossa, e allora in quei casi là si cerca di dare un contentino a chi chiede giustizia, accontentando nel vero senso della parola sempre e solo chi indossa la divisa…un esempio su tutti il caso della scuola Diaz al G8 di Genova, divenuta un’autentica macelleria, e dove a pagare, con pene irrisorie, sono stati solo alcuni pesci piccoli, mentre gli alti papaveri messi sotto processo sono stati magicamente assolti. A Spaccarotella è stata data una condanna ridicola nonostante tutte le testimonianze concordassero sulla piena responsabilità dell’’agente Polstrada, e pure là via con versioni fantasiose (proiettili rimbalzati, deviati ecc.). Condannati (tutti in primo grado chiaramente) anche gli assassini di Aldrovandi, sempre pene ridicole, quasi nulla se considerata la gravità dei reati. Altri chiedono giustizia, chissà se, come e quando.

In ambito ultrà i pestaggi gratuiti ci sono sempre stati, in alcuni casi ho visto con i miei occhi gente attaccata senza che c’entrasse nulla con l’accaduto. Gli ultrà sono un nemico a tutti gli effetti, come i drogati, i clandestini e i terroristi, e come tali vengono trattati. Gli agenti di solito seguono direttive impartite dall’alto, ma spesso e volentieri ci mettono del loro. Quante volte abbiamo sentito parlare di cariche immotivate, di pestaggi a sangue, di insulti pesanti solo per provocare e via dicendo? Ma mentre per gli scontri provocati dagli ultras la ribalta è mediatica e unanime, quando sono le forze dell’ordine a delinquere allora non se ne parla mai, o se appare qualche riga sui fatti di cronaca il solito benpensante di turno li giustifica sempre. A cercare giustizia sono solo gli ultras, le persone normali solo se ci sono capitate di mezzo (e che in altri casi sarebbero contro gli ultras a prescindere), e a volte le società di calcio se c’è un rapporto di dialogo e di fiducia con i tifosi, e solo se chiaramente i fatti contestati dagli ultrà sono troppo evidenti. Altrimenti il nulla, lo zero totale. Certo, in anni passati le tifoserie organizzate hanno sbagliato a prendere troppo di mira le forze dell’ordine, ma l’atteggiamento che queste ultime hanno avuto in questi ultimi anni ha contribuito solo ad alzare la tensione creando un muro contro muro. C’è da dire che tranne i rari casi di canescioltismo tra gli uomini in divisa, certi atteggiamenti fanno parte di una strategia definita dall’alto dai soliti padreterni intoccabili che fanno fare il lavoro sporco alla bassa manovalanza, facendogli rischiare non pochi guai, ma con la garanzia che ne usciranno se non puliti almeno con una piccola macchia incolore.

La situazione generale la conosciamo tutti, ed è inutile tornarvici. Ma il caso Gugliotta deve far pensare e non poco. I fatti: nel dopo partita di Roma – Inter finale di Coppa Italia si registrano, nella zona del Ponte Duca d’Aosta, dei tafferugli tra ultrà e forze dell’ordine. Forse a causa di un inseguimento, forse per qualche oscura ragione, la scena si sposta dalle parti di viale Pinturicchio (zona non esattamente dietro l’Olimpico, anzi, decisamente più vicina allo stadio Flaminio). Nel parapiglia generale un giovane esce di casa con un amico per andare ad una festa, viene fermato, il ragazzo non c’entra niente e prova a spiegarlo, poi gli animi si accendono e i poliziotti cominciano una vera aggressione che termina in un pestaggio, e il povero ragazzo finisce in galera per resistenza a pubblico ufficiale (con 3 giorni di isolamento), un dente spezzato e diverse fratture, alcune piuttosto serie. Tra gli altri arrestati vi è un ragazzo che dichiara di essere stato investito, e di certo lo schiacciamento di una vertebra non se l’è fatto da solo. Aggredito dai poliziotti anche un giornalista e chiunque è (mal)capitato sotto il tiro degli agenti in quei minuti di follia. Nel male, la fortuna ha voluto che quanto successo fosse ripreso per finire direttamente in televisione. Scoppiato il caos quindi si comincia a fare luce sulla vicenda. Si scopre che Stefano Gugliotta non è veramente un ultrà (lo aveva detto da subito ma è stato creduto solo dopo che è scoppiato il finimondo), che è malridotto sul serio, e, fiore all’occhiello, dichiara (e io gli credo) che arrivato in carcere volevano fargli firmare un foglio con la spunta di una voce in cui dichiarava di non volere visite mediche supplementari. Per fortuna ha avuto le palle di farsene dare uno non compilato. Intanto tre duri giorni di galera dura se li è fatti. Stavolta le forze dell’ordine non sanno come difendersi, promettono solo degli approfondimenti, e altrettanto le forze politiche. Anzi, stavolta abbiamo assistito ad uno spettacolo indegno, ovvero una processione di politici di opposizione che sono andati a trovare in carcere il ragazzo e, tanto per fare par condicio, anche gli altri ragazzi arrestati, strumentalizzando e non poco, l’accaduto. Una vetrina gratuita per farsi pubblicità, da vomito.

Le considerazioni finali di questa assurda vicenda si possono trarre facilmente. Mi chiedo innanzi tutto se il ragazzo pistato, nonostante le riprese e le testimonianze, fosse stato un ultrà se ci sarebbe stata la stessa attenzione mediatica…voglio ricordare in passato che degli agenti hanno mandato in coma dei ragazzi andati allo stadio e non se ne è parlato assolutamente (Paolo di Brescia e Alessandro della Roma). Mi chiedo se ci saranno delle condanne, ma so che eventualmente solo di condanne simboliche si tratterà, che scenderanno di grado in grado di giudizio, lasciando gli agenti al lavoro. Mi chiedo (ma forse è più una domanda retorica) se quando il caso si sgonfierà i signori politici e i dirigenti della polizia continueranno ad occuparsi seriamente della vicenda.

Queste storie mi amareggiano molto. Posso solo augurare a Stefano Gugliotta un pronto rientro a casa. Rifletto sul fatto che solo perché si porta un fumogeno di libera vendita allo stadio senza nessuna intenzione bellicosa e per fare colore si possono rischiare 3 anni di carcere e poi gli assassini di Aldrovrandi sono stati condannati a 3 anni e 6 mesi (in primo grado e quindi sicura riduzione della pena quando la condanna sarà definitiva, se ci sarà). Rifletto su quanto si ri
schia non solo andando allo stadio, ma anche incontrando le persone sbagliate in divisa per un semplice controllo. Dipende sempre come capiti e con chi capiti… mi ricordo di quell’agente a Carpineto che dentro una volante mentre ci portavano via diceva a voce alta che l’unica soluzione è pistarci come si deve…e se capiti in carcere o in caserma con uno così magari spalleggiato da altri colleghi? Meglio non pensarci finché ci si riesce.


"Giustizia" all’italiana

Si può condannare una persona a 14 anni di carcere senza una prova concreta? E’ possibile che solo alcune ricostruzioni della polizia su un dato avvenimento, generiche e senza riscontro, possano essere usate come prova decisiva senza testimonianze? La risposta è si. Si perché siamo in Italia e il colpevole va per forza trovato e offerto in pasto ai media. Si perché a rimanere ucciso è stato un ispettore di polizia. Si perché in Italia il giusto processo è una definizione esistente solo nella teoria e non nella pratica.

La condanna di Speziale è stata la più ingiusta che io possa ricordare di tutti i processi di cui ho sentito parlare. Ad oggi non si sa cosa ha provocato la "botta" che ha provocato la morte di Raciti, non si sa qual’è l’"arma", eppure un ragazzo di 19 anni (al momento dei fatti 17) viene condannato colpevole di omicidio preterintenzionale per aver tirato, mi pare, un sottolavello di metallo a decine di metri di distanza(l’incredibile hulk). Tra l’altro penso che di questo sottolavello non vi sia stata traccia se non nei filmati (fatti al buio e quindi neanche così attendibili) nei pressi del luogo del fatto incriminato. Incriminare un ragazzo minorenne di omicidio su queste basi è una burla, uno schiaffo a quello che dovrebbe essere uno stato basato sul diritto, nonché un tentativo di rovinare per sempre un ragazzo che avrà pure fatto qualche cazzata ma non ha ammazzato nessuno. L’unica necessità che si è soddisfatta è quella di riempire le parole di idioti vari (giornalisti, politici, gente comune) di teoremi e invettive contro gli ultras.

Inutile dire che mentre a Speziale 14 anni vengono dati sulla base di niente, tutta la classe politica italiana viene continuamente salvata da leggi, leggine, prescrizioni e processi brevi (solo per i loro reati) ecc. ecc. ecc. Ma a questo punto è ormai retorica, perché si chiacchiera tanto e questa gente è sempre al potere a prenderci per il culo.
A Speziale va la mia solidarietà, con la speranza (se fossimo stati in un paese normale avreui detto "la sicurezza") che i prossimi gradi di giudizio facciano veramente GIUSTIZIA (parola che mai smetteremo di usare anche per l’uccisione del povero Gabriele Sandri, di cui si sa il nome del colpevole, cosa ha fatto ma la "condanna"è stata quella che è stata). GIUSTIZIA, GIUSTIZIA, GIUSTIZIA!